“Territori della conoscenza. Un progetto per Cagliari e la sua Università”

Autori: Sabrina Puddu – Martino Tattara – Francesco Zuddas

Quodlibet, Macerata 2017

 


“Quando alcuni anni fa si era cominciato a parlare a Pavia di un Piano per l’espansione universitaria, alcuni avevano sostenuto che si sarebbe dovuto dar luogo finalmente a un Campus. Ma la stessa Commissione dell’Università che stava preparando i programmi aveva smentito affermando che il Campus dell’Università di Pavia sarebbe stato l’intera Città di Pavia”.

Le parole di Giancarlo De Carlo in merito alla pianificazione del campus di Pavia, trovano una collocazione privilegiata nell’interno copertina del libro Territori della conoscenza, pubblicato di recente da Quodlibet con il contributo della Fondazione Banco di Sardegna e inserito di diritto nella collana Città e Paesaggio curata da Manuel Orazi. Nel leggere le parole dell’architetto genovese a capo di questo lavoro, ciò che si registra in prima battuta è una sensazione di comfort intellettuale: un libro sul Campus e la sua condizione identitaria o dicotomica – a seconda del momento storico e di chi la interpreta – nei confronti della Città. D’altronde, il campus come idealizzazione di uno spazio in cui si genera l’economia della conoscenza, è di certo un topic attuale che trova particolare riscontro nelle numerose varianti sul tema degli edifici per l’educazione, oltre che essere assunto recentemente come schema spaziale e gestionale dei nuovi modelli d’impresa. Tuttavia, a un’attenta rilettura della stessa frase di De Carlo, il comfort intellettuale acquisito in prima battuta inizia a indebolirsi. Il lettore realizza che la situazione descritta in relazione al caso di Pavia, non corrisponde al racconto del campus come modello idealizzato, universalmente riconosciuto come il luogo in cui insediare una sotto-comunità esclusa e protetta dai meccanismi della città. Al contrario, la frase identifica un momento ben preciso del dibattito sulle trasformazioni che investivano l’istituzione accademica tra gli anni ’60 e ’70, rispetto alle quali l’architettura recitava un ruolo da protagonista: il campus e la città occupavano un posto nello stesso tavolo di discussione e nel medesimo momento. La definizione di campus, utilizzata per descrivere due strategie diametralmente opposte per lo sviluppo di uno scenario futuro della città di Pavia, risulta ben lontana dall’assumere i caratteri di una contraddizione risolta o facilmente risolvibile. Si percepisce che il dibattito sul tema non poteva essere semplificato, non allora, e neppure in questo momento. Accanto alla frase di De Carlo, compare un indice che da subito suggerisce di fermare il passo – nel senso di rafforzarlo e renderlo ben saldo – per prepararsi ad affrontare un articolato percorso di ricerca che mette insieme lo strumento del testo con i tre saggi degli autori, il progetto fotografico opera di Stefano Graziani, e le qualità esplorative del progetto di architettura abilmente sperimentate da un gruppo di studenti del laboratorio di Laurea Magistrale della Facoltà di Architettura di Cagliari, ai quali viene richiesto “un progetto per Cagliari e la sua Università”. FIG2

L’obiettivo dichiarato di rimettere al centro del dibattito il tema dell’Università e del suo progetto, viene perseguito dagli autori del libro cercando di innescare, in primo luogo, un confronto con quelle che sono state le implicazioni derivanti dalle vicende sociali e politiche che storicamente hanno definito i limiti del rapporto campus/città, incoraggiando così una revisione critica dei momenti in cui veniva realmente e intenzionalmente progettato questo rapporto. Uno di questi momenti chiave risale al periodo compreso tra gli anni Sessanta e Settanta, durante il quale il dibattito architettonico in Italia era fortemente impegnato nell’interpretazione delle trasformazioni legate all’istituzione accademica. La riforma dell’Università di quegli anni e le sue implicazioni, furono oggetto di un’attenta osservazione da parte delle riviste di architettura e urbanistica come Controspazio e Casabella che, a più riprese, registrarono l’esigenza di progettare il mutamento animando una riflessione sui paradigmi spaziali che interpretavano quella che fino ad allora poteva essere definita mera funzione educativa. L’approfondimento su queste vicende è il contenuto del saggio che individua l’Università come principio insediativo (di Francesco Zuddas): le contestazioni di quegli anni che portarono alla prima occupazione di una facoltà di architettura in Italia – il Politecnico di Milano agli inizi del 1964 – facevano emergere la necessità di una nuova visione politica nei confronti dell’Università italiana, perseguibile solo grazie a un totale sovvertimento del processo di trasmissione del conoscenza. Solo la figura di una piramide rovesciata avrebbe potuto rappresentare la nuova istituzione accademica, pronta ad accogliere il grande numero di coloro che vivevano una condizione di vita reale – rappresentata dalla Città – e mostravano l’esigenza di sfondare le mura di un edificio/monumento in cui l’educazione veniva fino ad allora impartita. Oltre De Carlo, aderirono a questa chiamata progettisti ed esponenti del dibattito come Canella, Gregotti, Archizoom, Samonà, Anversa Ferretti. Il banco di prova era rappresentato dai concorsi di progettazione banditi in quegli anni, alcuni dei quali descritti dettagliatamente e comparati grazie al prezioso supporto dei disegni originali riportati in questo libro, come quello per l’Università di Firenze, della Cittadella Universitaria di Monserrato, l’Università di della Calabria, e il Campus Fisciano a Salerno. FIG3

Alle sperimentazioni sulla scala territoriale, che guardavano al progetto dell’università come proiezione di un nuovo principio insediativo da associare alla visione della città-territorio, si aggiungono alcune proposte radicali sviluppate in ambito internazionale, come quelle per l’Università libera di Berlino di Josic, Candilis e Woods e il progetto per l’Università di Dublino opera dello stesso De Carlo. Tra queste, trova uno spazio dedicato all’interno del libro la proposta per la Potteries Thinkbelt di Cedric Price, pubblicata nell’ottobre del 1966 in Architectural Review e qui rievocata attraverso la relazione di progetto tradotta per la prima volta in lingua italiana, con il titolo “Vita Condizionata”. Il caso della Thinkbelt suggeriva la riconversione di una regione economicamente depressa per il crollo dell’industria manifatturiera, attraverso la costruzione di una nuova università territoriale ad alto grado di flessibilità, cioè estremamente adattabile ai bisogni futuri attraverso l’ideazione di un sistema elastico fatto di elementi prefabbricati, in cui l’educazione diventava servizio permanente di manutenzione umana governato dalle comunità. Se le esperienze dei concorsi italiani ricercavano nel progetto dell’università un principio insediativo valido per interpretare le logiche di espansione della città-territorio, agli occhi di Price l’università andava trasformandosi a tutti gli effetti in una grande struttura produttiva dell’era post-fordista operante secondo le logiche territoriali dell’industria.

FIG4

In tutti i casi, ciò che viene rivelato al lettore grazie alla ricostruzione dell’ampio scenario dibattuto in quegli anni è, in primo luogo, la figura di un architetto che assume il ruolo centrale di interprete delle istanze politiche e sociali sottese alla riforma dell’Università, con il dichiarato intento di innescare un’azione sovversiva, rovesciare la piramide. In secondo luogo, viene alla luce una matura consapevolezza sul fatto che l’intervento dell’architettura che assume una posizione, ha un solo modo per condizionare realmente lo stato delle cose: il progetto, orientato soprattutto all’uso strumentale della sua capacità di produrre ordinamenti spaziali che consentono di esplorare soluzioni rispetto a questioni più ampie e complesse. La figura del “campus”, intesa come rappresentazione di una anacronistica volontà di racchiudere una comunità accademica ideale, era oggetto di unanime critica da parte degli architetti che suggerivano invece di guardare all’università come corpo solidale alle forme del paesaggio – costruito e non costruito – del sistema infrastrutturale, del tessuto produttivo, della città, del territorio. Questo era il campo di applicazione verso cui far convergere le sperimentazioni sul progetto dello spazio abitato dalla collettività di individui, e rappresentava forse l’ultimo caso in cui la disciplina avesse riacquisito l’ambizione verso l’elaborazione di un’idea di città attraverso il progetto di architettura.

Ed è proprio questa la domanda posta agli studenti coinvolti nel Laboratorio di Tesi, chiamati a indagare la figura del campus per immaginare un pezzo della città di Cagliari. L’ambizione non è quella di riprodurre un masterplan o un qualsiasi altro strumento di pianificazione della città, ma di accompagnare ai progetti di architetture a servizio dell’università e della comunità accademica, delle proposte di adeguamento, riqualificazione o modificazione di aree urbane irrisolte. Così La macchina per l’apprendimento continuo (di Simone Ferreli) diventa il progetto di trasformazione dell’ex carcere di Buoncammino; L’Università di frontiera (di Filippo Marras) è un progetto per una nuova idea di Università internazionale che rifunzionalizza l’area di San Paolo presso lo stagno Santa Gilla; L’ospedale di città (di Giovanna Pittalis), il Nuovo incubatore d’impresa (di Luca Casula) e il Parco residenziale (di Alessandra Cirina) rafforzano l’idea di un polo della ricerca che interessa il quartiere di Is Mirrionis; L’università-regione (di Silvia Asuni) trasforma l’area del parco ferroviario in un distretto universitario organizzato sul prototipo di un nuovo isolato urbano, che identifica l’istituzione accademica nei due poli principali della regione: Cagliari e Sassari.

Quale eredità e quale esito ha avuto questo processo? Sono questi gli interrogativi, rispetto ai quali il lettore ormai privo del suo comfort intellettuale non è intenzionato a indugiare. Interrogativi presi in carico dagli altri due saggi – di Sabrina Puddu e Martino Tattara – accompagnati dal progetto fotografico di Stefano Graziani: una sequenza di ventiquattro scatti che hanno come oggetto lo spazio abitato dalla popolazione accademica, colta nella sua condizione attuale di permanente precarietà.

FIG8

I progetti degli anni Settanta per l’università di massa non hanno retto l’ondata di trasformazione che ha prodotto una lunga stagione di ingigantimento e diffusione capillare degli spazi dell’università. Così il progetto di un’eredità (di Sabrina Puddu) ripercorre i passaggi che hanno portato al declino dei quattro progetti in concorso citati in precedenza e realizzati lentamente, parzialmente o sensibilmente trasfigurati rispetto alle proposte progettuali dei loro ideatori. Il più delle volte ridotti a episodi isolati all’interno di un territorio che continuava a crescere in modo dilagante sotto la spinta della speculazione edilizia – non ultimo quello della Cittadella Universitaria di Monserrato nell’area metropolitana di Cagliari – sono in attesa di un nuovo progetto che ne ridefinisca il significato. Se la duplice proposta avanzata per una revisione della Cittadella di Monserrato – la prima come Progetto di espansione di una metastruttura territoriale (di Federica Pitzalis) e la seconda come Progetto di completamento e densificazione (di Elisabetta Zucca) – dimostra che le non meglio definite forme di insediamento universitario possono rappresentare ancora oggi un importante campo di applicazione del progetto di architettura, il Progetto dell’Università dopo Bologna (di Martino Tattara) è il testo che inequivocabilmente esprime su quali basi debba essere ridefinito il loro significato. Nella tesi sostenuta dagli autori, l’insieme delle riforme attuate in ambito europeo dal 1999, riconducibili a quello che viene definito processo di Bologna, hanno progressivamente riproposto un modello piramidale (aziendale) dell’Università, erogatrice di un servizio utile allo studente-utente per formarsi in qualità di studente-imprenditore. Considerando la conoscenza come una qualsiasi altra merce, l’Università ha cominciato a operare secondo logiche di produzione, e in questo – rileggendo il Price della Potteries Thinkbelt – scopriamo che il tempo libero, l’apprendimento e la produzione del sapere non sono in contraddizione, ma al contrario, la loro giustapposizione e l’eliminazione della divisione tra tempo libero e spazio del lavoro può essere produttiva.

FIG11

A questo processo non è corrisposto un adeguato pensiero architettonico che abbia avuto l’ambizione di tradurre in termini spaziali un tale mutamento. Non solo. Emerge la preoccupazione sul fatto che la prolungata assenza di un dibattito sul tema abbia già generato un paradosso: concetti come quello della flessibilità spaziale, introdotti nei progetti per l’università di massa degli anni Settanta perché interpretavano le esigenze e le contraddizioni sociali espresse nella città, sono oggi state assunti come capisaldi dell’economia neoliberista associata all’università, rispetto alla quale questo libro intende stimolare una visione critica fondata sul progetto. Se l’università viene oggi progettata per rispondere alle esigenze programmatiche e funzionali tradotte in nuove aule, laboratori specializzati o spazi collettivi replicando l’immagine di uno spazio intercluso ed eterotopico come quello della comunità protetta dalle mura del campus – per quanto questi spazi siano disseminati di oggetti spostabili in uno spazio diradato e fluido – si perderebbe l’occasione di esplorare l’Università come laboratorio per la sperimentazione di nuovi paradigmi spaziali per il vivere collettivo, partendo dalla constatazione che le forme di vita di studenti e ricercatori sono quanto mai oggi vicine a quelle di gran parte dei lavoratori e nuclei sociali della città contemporanea. Si perderebbe l’occasione di affrontare per la prima volta la flessibilità come carattere distintivo di chi abita gli spazi e non solamente degli spazi.

 

FIG10

Si perderebbe l’occasione di progettare l’università per la città, nella sua duplice accezione: quella pervasa di un residuo del comfort intellettuale iniziale che individua il progetto dell’istituzione a favore e a servizio della città, e quella che accetta un senso di negoziazione ma è forse più ambiziosa, disposta a scambiare il progetto della città con quello di una sua parte per poterlo finalmente realizzare.

Marco Moro