Stefano Riva è un architetto nato a Besana Brianza (MI) nel 1969. Dopo la formazione iniziale, realizzata dapprima all’Istituto Statale d’Arte di Monza e poi alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, ha cominciato a muoversi tra l’Italia e il Portogallo, dove vive e lavora dal 1995. Ha iniziato la propria attività collaborando con lo studio ARX Portugal Arquitectos, finché nel 2004 ha aperto a Lisbona il proprio studio occupandosi prevalentemente di progettazione architettonica, portando avanti progetti e concorsi sia individualmente che in collaborazione con altri architetti. Accanto alla sua attività professionale, ha tenuto conferenze presso alcune università italiane, tra cui il DADU di Alghero e il Politecnico di Milano.

Casa no Juso, Cascais, Portogallo, 2008-2011. Con ARX  Portugal

1) Il Portogallo è ancora oggi un paese con una precisa cultura architettonica divenuta nel tempo un riferimento; che tipo di rapporto esiste tra l’Architettura e la società, anche nella vita di tutti i giorni?

In Portogallo gli architetti sono figure presenti sul territorio, sia dal punto di vista intellettuale che in quello culturale. Gli architetti sono considerati personalità che producono cultura, di fatto tra i pochi prodotti che il Portogallo esporta vi è sicuramente l’Architettura. Siza e Souto de Moura ad esempio, nel nord del paese, sono personaggi pubblici, un fenomeno mediatico con impatto nella società.

L’attenzione verso la cultura architettonica portoghese è cominciata a partire dagli anni Ottanta, quando Casabella diretta da Gregotti ha iniziato a promuovere la Scuola di Oporto, che presentava un approccio diametralmente opposto a quello che era al momento l’architettura dominante, e cioè il post moderno. Al di la di questo aspetto mediatico della figura di alcuni architetti, l’architettura rimane comunque un prodotto di nicchia. Nella società si avverte chiaramente la frattura che esiste tra la “costruzione” e l’architettura di qualità: la maggior parte delle costruzioni che esistono nelle città portoghesi non hanno la qualità che noi normalmente riconosciamo nell’architettura portoghese.

Quello che accade in Portogallo, come in quasi tutti i paesi del Sud d´Europa, è che esiste una qualità architettonica puntuale e non diffusa: in Svizzera al contrario l’architettura, sia d’autore o meno, ha una qualità riconosciuta e molto alta, forse perché associata ad un potere economico forte, che garantisce sistemi costruttivi e l’uso di materiali molto sofisticati.

In Portogallo invece, se non in circostanze particolari, i sistemi costruttivi adottati sono per certi versi limitati qualitativamente sia dal punto di vista estetico che costruttivo.

2) Esistono delle differenze con l’Italia, in termini di opportunità e modi di lavorare?

Esistono delle differenze chiare tra quella che è la situazione in Italia e quella presente in Portogallo. In Portogallo mi sembra che il processo progettuale sia più snello, e molto più alleggerito sotto l’aspetto burocratico. Le normative italiane restringono molto la “libertà” progettuale, o meglio qui in Portogallo si tende normalmente ad applicare meno delle norme che vengono considerate non-prioritarie. Dal punto di vista qualitativo, ritengo che in Italia ci sia tantissima qualità architettonica, esistono molti studi che fanno cose molto interessanti; purtroppo però dall’estero non si guarda più all’architettura italiana come esempio, probabilmente poiché manca una figura di spicco che riesca a trascinare un gruppo alla visibilità. In Italia si costruisce tanto, ma i progetti qualitativamente rilevanti sono molto pochi, come in Portogallo d’altronde, probabilmente perché la società è poco sensibile all’importanza che l’architettura riveste. L’incapacità decisionale è un altro problema italiano, bisognerebbe lavorare più sul committente e sulla capacità di riconoscere i presupposti qualitativi di un buon progetto. Alcuni aspetti, come ad esempio il controllo dei costi sul quale si discute molto, dovrebbero essere affrontati in maniera intelligente per evitare che mettano da parte e spazzino via aspetti più poetici e paesaggistici che sono in molti casi propri di un’architettura di qualità.

Due ville nel bosco, Venegono, Italia, 2006-2012. Con  Marco e Massimo Bigozzi

3) Le difficoltà economiche, riflesso della crisi mondiale, si sono avvertite soprattutto nei paesi del sud Europa, tra cui il Portogallo. In che modo questo ha influito sul tuo modo di lavorare e, nello specifico, di concepire e realizzare un progetto? 

La crisi economica ha re-introdotto un rigore, aspetto per me molto positivo. Allo stesso tempo ha in qualche modo eliminato l’eccesso, è scomparso il fenomeno dell’architettura come effetto scenografico/mediatico (pensiamo all’effetto del museo di Bilbao). Si è tornati alla necessità del controllo del progetto in tutti gli aspetti. Siamo passati da un’epoca dove si esaltava il lucido, ad un periodo dove si valorizza il prodotto naturale, si è passati dall’acciaio inox al legno. Allo stesso tempo vi è chi per uscire dalla crisi punta sull’esaltazione del lusso, fenomeno molto presente ad esempio a Lisbona. Alcuni clienti, soprattutto privati, vogliono progetti estremamente lussuosi, esclusivi, che poi spesso scadono nel banale nel tentativo di rincorrere slogan facilmente assimilabili dal mercato speculativo. Il progetto si è snellito, prima c’era molta enfasi nel processo progettuale che portava a disegnare molto. Oggi è probabile che molte cose si decidano direttamente in cantiere con gli stessi costruttori, discutendo insieme per trovare le soluzioni più adatte e opportune. I risultati a volte sono perfetti, altre volte meno. La crisi obbliga ad una ricerca dell’essenziale, un approccio a mio parere molto positivo, un modo di fare che tra l’altro si sposa bene con l’architettura portoghese, la quale ha sempre vissuto di elementi primari e di scelte molto chiare.

Atelier Riva - Lisbona

Articolo a cura di Matteo Fusaro