La città dei bambini è un progetto internazionale nato nel 1991 a Fano, coordinato e promosso dall’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione (ISTC) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Il progetto propone agli amministratori una nuova filosofia di governo delle città assumendo come paradigma della città il bambino invece del maschio adulto lavoratore che è stato negli ultimi decenni il riferimento e il parametro per le politiche. Attualmente fanno parte della rete più di 200 città di Italia, Spagna, Argentina, Uruguay, Colombia, Messico, Perù, Cile e recentemente Libano e Turchia.

A seguire l’intervista che abbiamo realizzato a Francesco Tonucci, responsabile del progetto e autore dei libri “La città dei bambini” e “Se i bambini dicono: adesso basta!” pubblicati da Laterza e tradotti in spagnolo e in portoghese, e dei due manuali: “A scuola ci andiamo da soli” (Tonucci e Natalini) e “Il Consiglio dei bambini” (Tonucci, Renzi, Prisco).

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1. Quali sono le azioni concrete che si devono intraprendere in Italia perché i bambini siano realmente protagonisti della progettazione della città?

Coinvolgere i bambini nelle decisioni amministrative, urbanistiche, nella organizzazione dei servizi, non è una moda recente per adulti democratici che vogliano dimostrarsi generosi con i bambini, ma è una proposta forte che ha almeno tre ragioni per essere sostenuta. Una ragione scientifica perché da almeno un secolo la scienza riconosce la competenza dei bambini e l’importanza fondamentale dei primi anni di vita; una ragione morale: noi adulti stiamo amministrando nel modo peggiore il potere praticamente assoluto che ci siamo attribuiti (pensiamo alla crisi ambientale, a quella energetica, all’aumento delle differenze fra il mondo ricco e quello povero, alla crisi economica, alle guerre…); infine una ragione giuridica. Dal 1989 le Nazioni Unite hanno approvato la Convenzione dei diritti dell’infanzia e dal 1991 (da 25 anni) l’Italia l’ha ratificata rendendola vincolante e obbligatoria. L’articolo 12 della Convenzione dice che i bambini hanno il diritto di esprimere il loro parere ogni volta che si prendono decisioni che li riguardino e che il loro parere debba essere preso in considerazione. Quindi le azioni concrete che dobbiamo intraprendere riguardano le attività, le esperienze che ci permettano di conoscere il loro parere. Evidentemente ogni volta che mettiamo mano alla città, ai suoi spazi, alla sua mobilità, ai suoi servizi, facciamo scelte che riguardano anche i bambini e quindi siamo tenuti, per legge a consultarli. È interessante notare che mentre la consultazione dei cittadini nelle decisioni urbanistiche è legata alla volontà, apertura, disponibilità degli amministratori e progettisti, nel caso dei bambini è prevista per legge. Forse per questo è quasi totalmente ignorata. Nel nostro progetto “La città delle bambine e dei bambini” prevediamo sia il Consiglio dei bambini come attività di consultazione istituzionale dei bambini, sia l’esperienza della Progettazione partecipata ai bambini perché possano contribuire con le loro idee alla costruzione, ricostruzione o cambiamento della propria città. Un aspetto che i bambini sentono molto e di cui hanno un urgente bisogno è che la città permetta loro di uscire di casa senza essere accompagnati per vivere con i loro amici l’esperienza della esplorazione, della avventura, del gioco, indispensabili per la loro crescita.

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2. In che modo le scuole possono influire nella costruzione del senso civico e nella formazione di una cittadinanza attiva, da parte dei bambini ?

La democrazia non si insegna ma si pratica. La scuola dovrebbe (deve) essere un luogo dove si mette in atto la democrazia che significa la partecipazione. In rispetto del citato articolo 12 la scuola (per essere legale) dovrebbe avere una consuetudine e una modalità istituzionalizzata di consultazione degli alunni perché possano partecipare al governo della loro scuola. Proponiamo un Consigli degli alunni con rappresentanti di tutti i livelli scolastici in tutti gli ordini di scuola, che possano fare proposte al dirigente scolastico che dovrebbe tenerne conto (come dice la legge). Anche per altre esperienze le scuole possono essere luogo di promozione e di spinta. Per esempio per esperienze di Progettazione partecipata per rendere gli spazi scolastici più vicini ai desideri e alle necessità degli alunni. Anche l’esigenza di autonomia dei bambini può trovare una forte alleata nella scuola se ha il coraggio di promuovere proposte come “A scuola ci andiamo da soli”, facendo diventare questa esperienza una nuova opportunità educativa nell’ambito della educazione ambientale, alla salute, alla sicurezza stradale.

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3. Esistono esempi virtuosi di queste pratiche?

Esistono certamente. Ne cito due. A Pesaro, da 15 anni si sta proponendo e ampliando la esperienza “A scuola ci andiamo da soli, anzi con gli amici”, Coinvolge una decina di scuole e ogni mattina più di 1000 bambine e bambini dai sei anni in su salutano i loro genitori, si incontrano con i loro amici e vanno a scuola. I negozianti mettono a disposizione i loro servizi, anziani volontari presidiano i pochi punti critici lungo i percorsi. Tutti questi bambini dimostrano grande responsabilità, vanno a scuola allegri, sicuri. Sono più puntuali degli altri e corrono meno rischi di quelli che vanno in macchina con i genitori. I quartieri dove i bambini si muovono da soli sono più sicuri perché gli adulti sono partecipi, attenti, interessati. Il secondo esempio è quello di Pontevedra, in Spagna. Convinto della validità del nostro progetto il sindaco da 16 anni sta lavorando per trasformare la città a misura di cittadino e non di automobile, di bambino e non di adulto. Sono stati rivisti completamente i parametri della mobilità urbana garantendo ai pedoni uno spazio sufficiente nei marciapiedi (perché ci passino due persone con l’ombrello aperto, essendo zona molto piovosa) e facendo in modo che il percorso pedonale non perda mai la sua quota sia nei marciapiedi che negli attraversamenti. In questo modo la città è diventata adatta alla mobilità pedonale e scomoda per le auto con il risultato di avere le strade e le piazze piene di gente (e di bambini) e poco traffico e poco inquinamento. Da alcuni anni a Pontevedra (80.000 abitanti) non ci sono morti per incidenti stradali.

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www.lacittadeibambini.org