C’è un mondo oltre il Mediterraneo che abbiamo (noi uomini del XI secolo) quasi sempre ignorato. Per secoli il Mar Mediterraneo ha rappresentato il cuore della storia italiana ed europea, un crocevia di storie, di persone, culture, religioni, beni e conoscenze. Oggi torna quotidianamente a far parlare: un mare che diventa giorno dopo giorno nient’altro che la triste fine per migliaia di esseri umani fuggiti da realtà a noi sconosciute.

L’Africa è un continente dalla storia travagliata, uno scacchiere per tanto tempo conteso da stati europei, che ancora oggi subisce i lasciti di un colonialismo sconsiderato, pervaso da un’ideologia razzista che pone nell’idea del “diverso” le basi di un’ineguaglianza estrema, che stride nella quotidianità , quanto nei conflitti che ancora affliggono molte regioni del continente nero.

La realtà urbana è in molti casi la materializzazione di tali anomalie, che rispetto alla realtà rurale, manifesta fenomeni forse più estremi o quantomeno inimmaginabili per noi “occidentali”. Molte delle grandi città non costiere dell’East Africa, come ad esempio Nairobi, sono città di fondazione recente, per lo più fondate dai coloni allo scopo di controllare regioni potenzialmente ricche di materie prime o dal clima adatto alla coltivazione di prodotti da esportare altrove. Se si cammina per le vie di Nairobi, così come Kampala, Kigali o Dar es Salaam, ci si rende subito conto di stare dentro un organismo urbano in continua evoluzione, che pulsa così velocemente da non consentire, da tempo, una pianificazione sia spaziale che economica, sociale e ambientale. Sono pochi i minuti di “matatu” (mini bus locale che assolve alla mancanza del trasporto pubblico) che separano il Central Business District – CBD, quartiere direzionale caratterizzato da un tessuto urbano regolare, ricco di nuovi grattacieli in vetro e acciaio, da quello di una delle tante slum di cui Nairobi detiene alcuni primati.

Matatu

Matatu

È lungo queste arterie viarie, alcune asfaltate, altre sterrate, che si assiste al proliferare di palazzi di scarsa qualità, che presto diventeranno dimora per quella borghesia emergente, che guarda al modello occidentale come ad un modello da raggiungere, ad ogni costo! Decine di operai, uomini e donne, compiono ogni mattina decine di chilometri a piedi per poter raggiungere il loro luogo di lavoro e spesso le strade diventano fiumi di fango: loro non possono permettersi di pagare poche decine di Kenyan Shillings per il matatu (meno di 1 US Dollar). Abituati a vivere in delle città “pianificate” e “progettate” questa realtà appare strana: condomini con piscina racchiusi da alti muri elettrificati si aprono alla città attraverso un solo “gate” rigorosamente sorvegliato 24 ore al giorno. Fuori strade asfaltate o sterrate, senza illuminazione pubblica, senza marciapiedi, né spazi pubblici.

Il cosiddetto “informal sector” rappresenta la fonte di sussistenza principale per gran parte della popolazione più povera. Lungo le strade è un brulichio di attività e si può trovare realmente di tutto: dal venditore di ortaggi e frutta, al venditore di scarpe e vestiario, fino ad arrivare alla falegnameria, cibo, bevande, pezzi di ricambio per automobili, libri, maglie di calciatori famosi. È quasi impossibile descrivere ciò che si vive passando per queste strade, soprattutto se si è “mzungu”, ovvero uomini dalla pelle bianca.

Non lontano dal CBD, e passando attraverso uno dei pochi parchi urbani degni di questo nome, l’Uhuru Park, ci si imbatte in una delle più grandi slum d’Africa. Kibera è una baraccopoli cresciuta lungo una linea ferroviaria che detiene, purtroppo, molti primati. Da un punto di vista urbanistico non ha, a nostro modo di vedere, tutto quel che una città dovrebbe avere. Essendo cresciuta spontaneamente non possiede nessuna forma di infrastrutturazione: non esiste una rete fognaria e l’approvvigionamento idrico ed elettrico non è garantito. Il suolo è impregnato di rifiuti solidi ed organici; questo stesso terreno viene usato per costruire le abitazioni. Più che abitazioni si tratta di rifugi realizzati con materiali di riciclo: assi di legno, fango, lamiere, teli in plastica. La baraccopoli ha, a valle, un fiume che raccoglie tutti i liquami che scorrono lungo gli stretti camminamenti tra un’abitazione e l’altra. Il fiume è nero e l’acqua scorre tra montagne di rifiuti di ogni genere: l’aria che si respira sul piccolo ponticello che mette in comunicazione due parti della stessa porzione di città è acre, nauseabonda. Si conta che Kibera disponga di una sola latrina ogni 100 persone, questo spiega le ragioni di una situazione sanitaria gravissima, disumana. Raggiunto uno dei colli si ha una visione d’insieme: il tessuto che disegna questa porzione di città è minuto, non vi sono strade e le costruzioni si adattano morbidamente alla morfologia naturale del luogo. Più avanti grandi palazzi prendono il sopravvento sulla baraccopoli, rigorosamente racchiusi da alti muri elettrificati. Un abitante del luogo mi confida che molti di quei palazzi sono vuoti: nessuno può permettersi di pagare un affitto per andare a vivere in un “apartment”. Mentre in altre parti di Nairobi la città si tinge di tanti colori, a Kibera tutto è bruno. Le lamiere arrugginite, le pareti di legno e fango,il suolo rossastro creano un ambiente quasi marziano; e penso che questi esseri umani sono forse marziani.

Kibera, nello sfondo il CBD

Kibera, nello sfondo il CBD

Nairobi, così come altre città nel continente africano, si può considerare quasi un arcipelago, dove al posto del mare scorre l’asfalto. Grandi arterie viarie attraversano la città e tante vengono implementate o costruite di sana pianta in vista di un presente (e futuro) fatto di milioni di automobili che ogni giorno intasano gran parte della città e rendono l’aria irrespirabile. La classe media, d’altronde, vede nell’auto il raggiungimento di uno status che prima non era neppure pensabile. Possedere un’auto ti permette di spostarti con più facilità e sicurezza, salvo che la città non si fermi per ore, a causa del traffico. Come accennato prima, non esiste un sistema di trasporto pubblico, né se ne prevede un suo affiancamento al sistema di trasporto privato. Camminare a piedi è quasi impossibile e molto rischioso. Gli attraversamenti pedonali non ci sono, ma l’unica regola per poter attraversare le strade è quella di rischiare la morte in gruppo: l’unione fa la forza.

Kibera

Kibera

Le isole che compongono Nairobi non sono solo quelle di quartieri ricchi e quartieri poveri: c’è un’isola a sud del CBD che rievoca l’immagine di un’Africa quasi perduta. Il Nairobi National Park è un territorio che fino ad ora è stato risparmiato ad una crescita urbana spietata e senza controllo, manipolata soltanto da speculazioni e interessi economici. Un’escursione dentro questo parco è quasi un’esperienza surreale: si sta dentro la savana, tra giraffe, leoni, rinoceronti e gazzelle e all’orizzonte tutto è contornato dallo skyline di Nairobi.

Nairobi National Park

Nairobi National Park

Avere la possibilità di vivere fuori dal Vecchio Continente innesca in ciascuno di noi delle riflessioni che necessariamente mettono in dubbio il paradigma occidentale su cui si fonda l’idea di una città interamente controllata, pianificata, progettata. Ad essere messi in dubbio sono anche i principi stessi su cui si basa la nostra vita, intesa come sistema di relazioni tra esseri umani, economia, cultura e spazio di vita. Mettere in dubbio l’esportazione del nostro modus operandi diventa quindi spontaneo, e chiedersi perché molti esseri umani cerchino un luogo migliore dove vivere un obbligo.

Emanuele Fois, Associazione Cultarch

Per info e opportunità:

http://unhabitat.org/about-us/join-us/

http://inspira.un.org/

Emanuele Fois, nato a Guspini nel 1986, dopo la laurea in Architettura all’Università di Cagliari, consegue, nel 2014, il MSc Building & Urban Design in Development alla University College London – UCL. Le competenze e conoscenze acquisite animano una curiosità che lo portano a svolgere uno stage alle Nazioni Unite, nel quartier generale di Nairobi. L’esperienza, conclusasi ad Ottobre 2015, si è svolta nella Capacity Development Unit, all’interno dell’Urban Research and Capacity Development Branch di UN-Habitat (United Nations Urban Settlements Programme).