Prosegue la nostra inchiesta sul futuro del lavoro dell'architetto. In questo secondo articolo le considerazioni di Lino Cabras (architetto e dottorando di storia dell’architettura) alla luce dello scambio avvenuto tra i membri di Cultarch e il Professor Cecchini.

LINO CABRAS

CabrasQuando ho iniziato gli studi universitari anch’io, come tutti gli studenti, nutrivo grandi aspettative nel mio futuro professionale. Arrivato il momento tanto agognato della laurea, la crisi economica ha iniziato a farsi sentire ed è in quel clima che ho mosso i miei primi passi negli studi di architettura.

Col tempo ho capito che la crisi era ben più di un momento transitorio e preludeva a un mutamento epocale, radicale ed irreversibile.

Qual è allora il valore degli architetti in un momento storico come questo? Più che sul rapporto numerico professionista/abitanti, ritengo debba essere valutato secondo altri parametri, primo fra tutti la capacità di innovare il proprio lavoro attraverso un’attività di ricerca continua: occorre abbattere una crisi culturale oltre che economica, soprattutto ad opera dei giovani professionisti e soprattutto qui in Sardegna. La nostra professione è stata sconvolta e dobbiamo prenderne atto. Non più committenti, commesse e studi di architettura così come li intendevamo fino a una decina di anni fa. Le opportunità di lavoro devono essere dunque create e affiancate da una costante attività di ricerca e innovazione – non necessariamente all’interno delle università – così come devono essere cercate, e non attese, le occasioni per realizzare nuovi progetti di casa, città e territorio.

L’Italia – e ancora di più la Sardegna – ha bisogno di nuovi progetti culturali nei quali l’architettura trovi il suo ruolo in qualità di disciplina, prima ancora di fabrica in senso fisico.

Se, come giustamente il Professor Cecchini sostiene, le attuali modalità di produzione e consumo non possono più essere valide, anche i processi progettuali devono recepire questo cambiamento: non serve utilizzare i suffissi “eco” ,“sustainable” o “green” per attualizzare progetti e prodotti. Credo anche che la progettazione a priori, soprattutto di quelle grandi opere a cui si è fatto riferimento in quest’inchiesta, non sia certamente la modalità da seguire. Occorre partire dalle esigenze locali che l’architetto ha il dovere di conoscere e alle quali deve approcciarsi senza calare sulla realtà alcun progetto pregiudizievole.

Cosa fare allora? Il futuro è dei piccoli progetti (leggasi a scala umana) affrontabili da reti di giovani professionisti, per frammenti urbani sconvolti da politiche del passato clamorosamente fallimentari alle quali non abbiamo ancora posto rimedio. I piccoli progetti, messi a sistema, porteranno a una realtà complessa in cui il progetto forte non sarà un’architettura mastodontica o un insediamento, ma il principio in grado di generare nuova urbanità, dando nel contempo la possibilità di lavorare a più professionalità diverse tra loro.

Per dare una risposta agli studenti, io, progettista e dottorando, posso solo dire che l’alternativa alla fuga dal nostro Paese dev’essere cercata; diversi programmi di finanziamento promossi da fondazioni ed enti di vario genere, ad esempio, mettono a disposizione capitali che permettono di proporre cultura, per poi arrivare a realizzare progetti in prospettiva architettonica e urbana. Un’altra opportunità per i giovani professionisti è rappresentata dall’ “Europrogettazione”, attraverso cui è possibile proporre progetti di ricerca contando su consistenti fondi che garantiscano la stabilità economica per poterli mettere in atto.

Per quanto riguarda la formazione post universitaria, il dottorato di ricerca rappresenta sicuramente un importante strumento di crescita, anche per chi come me svolge parallelamente la libera professione. Bisogna sottolineare però che l’accorpamento di diversi settori disciplinari previsto dall’ultima riforma universitaria, ha fatto si che nelle scuole di dottorato si determinassero grandi macroaree, senza preoccuparsi che la multidisciplinarietà (compresenza di più discipline) divenisse interdisciplinarietà (scambio utile e proficuo tra i diversi saperi). L’università ha ancora un lungo cammino da fare per orientare gli studenti a una nuova teoria – e pratica – lavorativa che permetta loro di avere in futuro gli strumenti per riuscire a vedere possibilità di progetto anche laddove non palesemente evidenti. Occorre riconfermare la capacità, propria dell’architetto, di agire e declinare il proprio operato in innumerevoli settori: allora la rivalità con le altre figure professionali, che sembrano minacciare la nostra, non avrà più ragione d’essere. Dovremo sicuramente andare all’estero per conoscere e confrontarci con altre realtà e, se abbiamo la fortuna di poter tornare, non percepiremo più i nostri confini come vincolo a eventuali collaborazioni a scala glocale.

Certo, è faticoso, molto più che stare nei limiti sicuri della propria professione. Andare a lavorare all’estero non è più una scelta, ma sempre più spesso l’unica alternativa e certamente non una questione di “cuore”. Per questo i miei piani professionali hanno sempre termini temporali brevi, devono essere flessibili e non vanno al di là di qualche mese.

In conclusione: e’ facile mettere in atto questi propositi? No, non lo è per niente. E’ possibile provarci però, che è già qualcosa.