Inauguriamo con questo primo articolo una inchiesta sul lavoro dell’architetto, specialmente rivolta ai giovani che si affacciano alla professione, in un mondo in cui non è per niente facile trovare spazie in cui, spesso, ci si ritrova a doversi reinventare e accontentarsi. Abbiamo deciso di affrontare il tema attraverso uno scambio di riflessioni che avverrà tra i nostri collaboratori del blog, al quale invitiamo tutti a partecipare. Ci sembra giusto innescare l’inchiesta dall’ambito accademico, dove i professionisti del futuro si formano e si preparano ad affrontare il mondo della professione. 
In questo primo scambio gli studenti (rappresentati dalla associazione Cultarch) hanno rivolto le proprie inquietudini e aspettative ai responsabili della loro formazione (Prof. Cecchini). L’obiettivo non è solo di mettere in evidenza le evidenti criticità ma, piuttosto, riflettere e mettere in luce le possibili vie per uscire da questa crisi e, soprattutto, reinventare la professione 
SARDARCH

Cultarch

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Essere studenti di architettura in Italia nel 2015 non è facile. Se quando abbiamo iniziato eravamo pieni di fiducia verso il futuro e voglia di finire al più presto gli studi per entrare nel mondo del lavoro, al giorno d’oggi quell’imminente momento ci fa paura.

L’Italia è il paese europeo con il maggior numero di architetti, in numero assoluto e in percentuale, addirittura uno ogni quattrocentoquattordici abitanti secondo uno studio del 2012. A questi numeri non corrisponde però una domanda adeguata, con il risultato che molti giovani professionisti non trovano un impiego adatto alle proprie competenze o si svendono pur di lavorare e imparare il mestiere.
Il lavoro ci sarebbe, come dimostrano gli innumerevoli studi che vengono sfornati ogni anno dai laboratori di progettazione, ma a causa di molteplici fattori, sintetizzabili in anni di crisi globale e incomplete politiche sull’edilizia, il sistema pare bloccato.
Se poi aggiungiamo il fatto che il lavoro dell’architetto si sovrappone per alcuni ambiti a quello del geometra e dell’ingegnere la situazione lavorativa per la nostra figura professionale appare ancora più intasata.
Non va di certo meglio con la carriera universitaria, dove alcuni si riversano più per disperazione che per ambizione. Nel mondo accademico, dopo anni di studio fatti di borse di ricerca e dottorato spesso ci si ritrova bloccati, senza la possibilità di proseguire la propria ricerca e senza una carriera professionale avviata.

E allora cosa fare? Immaginare lo stesso un futuro nella propria terra a lottare per un piccolo spazio lavorativo, con la speranza che la situazione si evolva in meglio, o mettere già le basi per emigrare all’estero alla ricerca di un impiego più remunerativo e gratificante?
Molti amici laureati di recente sono stati costretti ad optare per la seconda possibilità, noi speriamo di avere la possibilità di scegliere.

ARNALDO “BIBOCecchini” CECCHINI 

Sarò breve e quindi dovrò essere molto tranchant. È una scelta.

Non credo che mantenendo l’attuale modo di organizzare la produzione e il consumo il problema di assicurare lavori di qualità e un lavoro a tutti sia risolvibile. Non lo credo in generale e in particolare per chi si occupa di casa, di città, di paesaggio, di ambiente e di territorio.

Il modello che si basa sull’espansione del costruito e della infrastrutture non funziona più e sempre più i mestieri dell’architetto (e dell’urbanista) dovranno avere a che fare con progetti e piani di tipo nuovo: senza consumo di suolo, con la riduzione della mobilità obbligata e basata sui combustibili fossili, con l’aumento delle dotazioni per rendere la città vivibile a tutti e in particolare alle categorie deboli.

Dobbiamo pensare a interventi che rispettino i criteri di modularità, dimensione controllata, spazio all’azione dal basso, reversibilità, sobrietà, rispetto delle capacità dell’esperto, uso temporaneo, contrasto all’appropriazione privata della rendita, equità, garanzia per tutti del diritto alla città; non solo questi saranno gli interventi ammissibili, ma ci viene da pensare che essi siano molto più numerosi di quanto si pensi e che siano molto meno marginali di quanto si fa credere.

Dare importanza e generalità agli spazi pubblici, dagli spazi del gioco, quasi scomparsi nelle nostre città, alle piazze dei mercati, alle strade (con i loro marciapiedi) utilizzabili per molti tipi di mobilità e per diverse funzioni, al recupero degli edifici abbandonati è un’opera grande che può migliorare in modo significato la qualità della vita di milioni di persone, con interventi, ciascuno dei quali di importo ed estensione temporale relativamente modesti, ma che nel loro insieme possono avere una dimensione imponente.

Opere grandi vs. grandi opere.

La grande opera è spesso del tutto autoreferenziale, il suo scopo è soprattutto in se stessa. È intrinsecamente fragile, perché si base su previsioni incerte, anche quando non sono manipolate (in genere c’è una sistematica sotto-stima dei costi e dei tempi di realizzazione e una sovra-stima dei bisogni e dei benefici. In genere l’argomento-principe a favore delle grandi opere, i vantaggi che esse comunque porterebbe all’economia, non regge alla prova dei fatti: le stesse somme investite in altre opere più piccole potrebbero portare più consistenti vantaggi (è un po’ il discorso che potremmo ripetere per il settore edilizio nel suo complesso), porterebbe più occupazione, migliore occupazione.

Tuttavia la grande prudenza che dobbiamo avere nei confronti delle grandi opere, non vuol dire rinunciare a pensare in grande.

Ci sono opere grandi, composte soprattutto da moltissime opere piccole e medie, diffuse e reversibili, che sono sicuramente indispensabili: dall’insieme degli interventi per riparare il dissesto idrogeologico, per la riqualificazione e la rigenerazione urbana (dal punto di vista architettonico, edilizio, urbanistico), per il diritto di tutti alla mobilità e all’accessibilità, per la sistemazione e la reinvenzione degli edifici delle scuole e delle loro pertinenze, alla modernizzazione degli ospedali e dei luoghi di cura. I molti interventi possono essere modulari e distribuiti, ma richiedono un piano coerente e di lungo periodo, che può tuttavia essere flessibile e rivedibile proprio perché composto di azioni ciascuna di modesto impegno finanziario e temporale.

Credo di aver risposto, le opere grandi creano occupazione e occupazione di qualità.

Poi ci sono le tecnicalità (importantissime!): è l’insieme del progetto formativo che forma i “tecnici” della casa, della città, del paesaggio che deve essere ripensato, con percorsi anche diversi, ma coordinati (una triennale comune (o un paio) con alcuni indirizzi? Diverse magistrali abbastanza specializzate? Il sistema della formazione permanente finalizzato anche al potenziamento delle professionalità più “deboli”?).

E c’è il fatto che per fare opere grandi bisogna pensare in grande. Tutti gli studenti dovrebbero fare un periodo lungo prima e dopo la laurea all’estero. Molti studenti stranieri dovrebbero lavorare per un periodo sa noi.

Poi qualcuno si fermerà all’estero e qualcuno si fermerà da noi: al cuore non si comanda!