Pubblichiamo il progetto sulla città di Cagliari che ha vinto il primo premio nella competizione internazionale di architettura concettuale “THINK public SPACE”, organizzata dalla città di Zagabria, in collaborazione con la Società degli Architetti e la Facoltà di Architettura dell’Università di Zagabria a cui hanno partecipato 183 competitors da 29 paesi have che hanno esplorato la nozione contemporanea di spazio pubblico producendo 76 concetti, idee e scenari di quella che possiamo considerare la sfera pubblica contemporanea.

Il primo premio è stato assegnato al progetto Grand Hotel Beaux-Arts di Sabrina Puddu, Paolo Emilio Pisano, Francesco Zuddas – collaboratori Giaime Meloni (foto) e Giacomo Garau – che affronta il tema dei grandi contenitori in disuso nel centro storico di Cagliari.

GRAND HOTEL - SCENE 1

La città di Cagliari (Sardegna, Italia) ha 160.000 abitanti. Per la sua posizione e la sua storia è un esempio di città europea di medie dimensioni e, più in particolare, di una città mediterranea costiera. Fa parte di una più vasta area metropolitana cresciuta negli ultimi sette decenni attraverso la delocalizzazione in periferia delle maggiori funzioni urbane. Negli ultimi anni il consolidamento di un complesso universitario e ospedaliero periferico ha portato alla rilocazione delle funzioni accademiche e sanitarie, lasciando vuoti alcuni grandi edifici monumentali situati ai confini del centro storico cittadino, là dove un tempo sorgevano le fortificazioni premoderne. Accanto a questa migrazione c’è stato, nel 2014, l’esilio della prigione dalla sua ex casa in città verso un nuovo complesso ad alta sicurezza costruito ad una distanza di 12 chilometri.

Un altro esilio è quello della giovane – e non troppo giovane – classe media che è stata espulsa dalla città per l’impossibilità di trovare alloggi a prezzi accessibili. A seguito di un continuo processo di gentrification, il centro città è probabile che sarà presto preso in consegna da parte dell’industria turistica. Questo trasforma inevitabilmente il significato dei principali spazi aperti della città. Le aree urbane sono ancora abitate da una piccola borghesia (i genitori delle nuove generazioni), che salì la scala sociale negli anni ’80, spinta dall’onda di una crescita economica che gli ha consegnato ciò che ancora loro considerano il più prezioso, inalienabile di tutti i valori: la stabilità.

I loro figli vivono una condizione che è in qualche modo diametralmente opposta: la precarietà, il lavoro autonomo, la formazione permanente; queste diventano le parole d’ordine di una generazione che si chiede come fare dell’instabilità una virtù. Tale generazione è in gran parte composta da individui che, pur altamente istruiti, sono scarsamente produttivi. Il loro reddito medio è per lo più basso e mai costante, così come la qualità della loro vita, che spesso si deteriora quando decidono di costruire una famiglia. La loro ricerca di un posto di lavoro è uguale alla loro ricerca di abitazione, dando ragione alle richieste sempre più frequenti di ibridazione tra vivere e lavorare.

Ma chi dovrebbe fornire abitazione e lavoro? E’ il Welfare State ancora una possibilità? O siamo condannati a imparare a vivere nelle sue rovine?

GRAND HOTEL

Quelle rovine sono i resti di una lunga storia di riformismo guidato dallo Stato i cui effetti più visibili sono registrati nello spazio fisico delle città. Lodati dai Moderni (Nove punti sulla Monumentalità) e Post-moderni (i monumenti urbani di Rossi) per la loro potente capacità magnetica all’interno dei processi urbani, i monumenti che lo Stato ha costruito tra la seconda metà del 19° secolo e i primi decenni del 20°, e che vengono abbandonati oggi per ragioni funzionali ed economiche, si distinguono come possibili bastioni da cui recuperare un’idea del Pubblico.

E’ questa un’idea che va oltre le vecchie dicotomie – in particolare l’ormai troppo popolare opposizione Oikos / Agora – per arrivare a considerare l’abitare stesso come attività pubblica. Invece di essere trasformati in musei per far parte, presumibilmente, di una strategia a sostegno di un settore turistico ormai in forte espansione in città, potrebbero essere dei bastioni di una vita normale per celebrare il ritorno di queste nuove classi svantaggiate (e delle loro famiglie) all’interno del centro della città. Allo stesso tempo, l’occupazione di queste vecchie istituzioni può essere parte di una strategia diversa, che funziona secondo le logiche che rendondo partecipe anche il turismo all’attuale condizione di precarietà. Le molteplici strategie di auto-imprenditorialità che sono cresciute dentro e intorno al settore turistico – del calibro di Airbnb e Uber – potrebbero legittimare un forte richiamo a ripensare i rapporti tra vivere e lavorare in città come le basi stesse dell’idea del Pubblico .

GRAND HOTEL - SCENE 2

I vecchi bastioni della cultura Beaux Arts – le strutture massicce e complesse di carceri, ospedali e università, nel caso di Cagliari – potrebbero presentarsi come palinsesti di architettura per consentire tale ripensamento. E’ l’abbandono di quegli edifici che oggi, ancor più che gli spazi aperti della città, è in grado di stimolare nuove idee circa il senso della sfera pubblica.

Autori
Sabrina Puddu, Italy
Paolo Emilio Pisano, Italy
Francesco Zuddas, Italy

Collaboratori
Giaime Meloni (Photos)
Giacomo Garau