Tra immagine e architettura

Le esposizioni universali, dalle origini ottocentesche, nascono come occasione di confronto e condivisione tra popoli, per mostrare il rapido ritmo del cambiamento di un nuovo mondo, moderno e dinamico. Le Expo sono figlie dirette della nostra modernità e di quella nostra indiscussa fiducia alla novità incessante[1]. Esse come tali non possono che restituire un’immagine riflessa della condizione attuale del nostro vivere contemporaneo, i suoi lati positivi, i suoi eccessi e le sue contraddizioni.

La ricetta è semplice: alla maschera del tema si aggiunge un’ondata di immagini d’eccezione, stordenti facciate di contemporaneità, che mantengono viva la fiducia nel mondo del buon consumatore medio.

Ma è la logica attuale. E’ ciò che la nostra mente richiede; sono forse le uniche domande che il nostro giudizio critico attuale ci consente di fare. E’ dunque chiaro che la richiesta fatta agli architetti da parte delle singole nazioni non poteva che essere quella di favorire una certa riconoscibilità del progetto. Un’immagine per cui valga la pena spendere.

Ed è così che quando sentiamo parlare d’architettura, anche in Expo Milano 2015, vengono subito invocate quelle icone d’eccezione, in quella logica di meraviglia da parco dei divertimenti, che accompagna la nostra contemporaneità. Raccontare il tutto dietro a maschere sicure. Viene da chiedersi se tutto questo crei giudizio o se serva solo a non rovinare la festa.

Fatta questa premessa è di architettura che vogliamo parlare. Abbiamo ritenuto necessario uscire dalla logica della meraviglia alienante e cercare di ragionare più sulla logica compositiva, visitando l’Expo oltre l’immagine di facciata, come fruitori di spazi, sforzandoci di comprendere se e come questi siano stati concepiti e sviluppati per ciò che di buono eventi come questo offrono.

L’allestimento dei padiglioni segue in linea di massima l’articolazione dello spazio tra lo stand fieristico dei prodotti e le sale tecnologiche. Uno spazio dedicato all’informazione, dove una percorrenza ‘a sezione obbligata’ premia il criterio quantitativo di visitatori/giorno, e uno spazio dello stare, occasione che alcuni padiglioni hanno colto per presentare una vera architettura.

E’ il caso questo del padiglione del Cile, che propone uno spazio per il ristoro al termine dell’itinerario come spazio filtro con l’esterno, garantendo un’adeguata dimensione umana degli ambienti e permettendo allo stesso tempo un costante flusso di visitatori in uscita. Il valore della persona e della progettazione su misura si può leggere in tutto il padiglione, che presenta la terra cilena con la sua infinita varietà di ambienti e di climi in relazione alle persone che li abitano, alla riscoperta del capitale umano.

Altro padiglione sudamericano che rispetta questa relazione diretta tra architettura e installazione è quello del Brasile, dove la visita si snoda sopra un’enorme rete di cavi di canapa, che divide un ambiente a doppia altezza e che permette un’esperienza didattica stimolante durante il percorso vero e proprio. Una volontà chiara di accostare le capacità tecnologiche del Paese a fianco a quelle tradizionali e agricole.

  1. Percorso nel padiglione del Brasile. (foto di Stefano Lecca)

Discorso a parte merita il padiglione russo. Con la sua facciata quasi surreale, uno sbalzo di più di 20 metri che sfida le leggi della gravità, ornato di accattivanti panelli in acciaio lucido, idonei a qualche foto per i social, nasconde al suo interno una distribuzione spaziale che mantiene poche delle promesse avveniristiche dell’esterno. Infatti, dopo il prezioso foyer di rappresentanza, finemente rifinito e di sorridente accoglienza, si passa attraverso un drammatico pertugio nella scura sala denominata “bar del futuro”. Sull’angolo di questa sala, ci si trova letteralmente imbottigliati ad assistere alle degustazioni dei prodotti tipici in uno spazio organizzato da cordoni di velluto incongruenti con il flusso di persone di un padiglione cosi importante e cosi costoso. Un’architettura d’impatto ma di poca sostanza.

                                                                                     Ingresso del padiglione russo.(foto di Stefano Lecca)

Ingresso del padiglione russo.(foto di Stefano Lecca)

Tra gli altri si trovano anche i padiglioni delle grandi firme, e delle grandi file, come quello degli Emirati Arabi Uniti, a cura di Foster+Partners, su cui si sono riversate le maggiori aspettative, in vista dell’Esposizione Universale del 2020. Alte pareti lavorate come le dune del deserto conducono il visitatore in un dedalo di spazi stretti e alti, che richiamano inoltre la morfologia delle stradine dei centri della penisola arabica. Ciò che emerge nel percorso organizzato per step obbligatori è la continua volontà quasi ossessiva di trasmettere un’immagine di Paese, di convincere, attraverso strumenti iper-tecnologici come la realtà aumentata, della bontà di un progresso rapido e quasi incontrollabile, figlio di una logica di mercato che lascia poco spazio a quella costruzione di identità che si stratifica col tempo lungo delle città.

In antitesi a questa esplosione tecnologica è il padiglione francese degli architetti Anouk Legendre e Nicolas Desmazieres che presenta l’altra faccia della medaglia della comunicazione. Esso si propone, attraverso il low-tech, come una struttura essenziale in legno che omaggia le tipiche Halles parigine, luogo di scambio e di produzione, fisica e sociale. In questa grande piazza coperta i prodotti agroalimentari sono appesi al soffitto, alloggiati in appositi cassettoni formati dagli incastri del legno, quasi a ricreare il modello di un territorio rovesciato, per poterne mostrare la ricchezza nella sua globalità, sensoriale, tattica e olfattiva.

Interno del Padiglione Francia (foto di Lara Porcella)

Interno del Padiglione Francia (foto di Lara Porcella)

Ingresso del padiglione Emirati Arabi Uniti (foto di Lara Porcella)

Ingresso del padiglione Emirati Arabi Uniti (foto di Lara Porcella)

Al termine di questa rapida carrellata di considerazioni su Expo Milano 2015, fondamentalmente riteniamo che l’opportunità di poter realmente riflettere sul nostro tempo sia un’occasione fondamentale che potrebbe di per sé giustificare la realizzazione di eventi di questo tipo. Dietro però una volontà iniziale del tema che creava aspettative reali per una riflessione critica e costruttiva su eccessi della nostra contemporaneità, su una presa di giudizio del singolo di fronte al nostro tempo, si è spesso finito ad omologare il tutto ad uno standard di vendita e di mercato, una grande festa di popoli e di prodotti, dove tutto sembra andare al meglio, l’architettura stessa, spesso dimentica del suo ruolo di generatrice di spazi a favore della funzione scultorea di un’immagine. Forse occorre chiedersi se al termine di una giornata dentro Expo ci si senta più responsabili, più sensibili e consapevoli del buon modo di vivere il nostro tempo o se semplicemente, abbandonato il paese delle favole, ci si ritrovi a rincorrere quello stesso identico mondo.

per Cultarch: Stefano Lecca, Lara Porcella

[1] Gregotti Vittorio, Contro la fine dell’architettura, Torino, 2008.