L’esposizione universale tra società e spazi urbani

Secondo il protocollo del 1972 a cura del Bureau International des Expositions (organizzazione internazionale intergovernativa responsabile delle esposizioni universali e internazionali) «un’esposizione è universale quando mostra i metodi utilizzati e i progressi raggiunti, o che devono essere raggiunti, in numerosi rami dell’attività umana […]». L’universalità di cui si parla si riferisce perciò a un pensiero globale, a una necessità di evoluzione avvertita all’unanimità, a una dimensione transnazionale di un bisogno collettivo.

E, senza dubbio, immagini come il Crystal Palace (1851) a Londra, accomunato alla Tour Eiffel (1889) dalle rumorose polemiche che li accompagnarono[1], entrambi troppo chiassosi nella loro modernità prepotente, ci permettono di capire cosa davvero volesse dire un cambiamento universale, una trasformazione globale nel modo di pensare, di costruire, di produrre, di immaginare e di immaginarsi sulla Terra.

Il Crystal palace di Joseph Paxton (1851).

Nutrire il pianeta, energia per la vita. Questo lo slogan che accompagna Expo Milano 2015.

Il tema emergeva in maniera chiara dal progetto iniziale, quello che il BIE aveva accettato e promosso nel lontano 2008. Un’isola di terreno come un insieme di orti, nel rispetto dell’elemento acqua attraverso il collegamento con i navigli milanesi, prevedeva l’utilizzo di coperture leggere e rimovibili, come vele di tessuto impermeabile. Idea minimale, rispettosa del genius loci e sostenibile, su carta.

Per una serie di problemi, dai più ovvi legati alla difficoltà tecnica di creare una via d’acqua percorribile considerando le pendenze del territorio, ai cambiamenti politici avvenuti negli anni, fino alle questioni giudiziarie che inaugureranno la stagione dell’Expo, il progetto cambiò radicalmente, andando a impermeabilizzare 1.100.000 metri quadri di terreno agricolo, dove la costruzione dei padiglioni e dell’area espositiva incide solo in piccola parte sui 13 miliardi di euro che tutta l’operazione (infrastrutture, parcheggi, viadotti etc.) ha richiesto.

Un progetto che guarda ancora con incertezza al futuro dell’area di Expo. Questioni come l’eccessivo prezzo dell’area e la discutibile amovibilità di molti padiglioni potrebbero rendere Expo Milano 2015 l’ennesima area urbana sottratta alla città stessa, come la maggior parte delle esposizioni universali che l’hanno preceduta; il che ci fa anche ragionare sull’effettiva utilità che al giorno d’oggi possono avere ancora le esposizioni universali. Come suggerisce il critico d’architettura Oliver Wainwright[2], abbiamo davvero ancora bisogno di recarci in un posto per vedere le novità del nostro tempo o le ragioni d’esistere di Expò sono altre?

  1. Cartolina pubblicitaria dell’Esposizione Internazionale Milano (1906).

Viene spontaneo quindi riflettere sulle azioni e progetti collaterali che da sempre hanno accompagnato, preceduto e sostenuto le esposizioni universali e internazionali, per capire cosa davvero resta alla città, dopo un episodio così determinante, sia dal punto di vista del prestigio sia da quello dell’amministrazione della cosa pubblica. Volendo sviluppare un parallelismo con la Milano di un secolo fa (precisamente dell’Esposizione Internazionale del 1906), è evidente quanto le infrastrutture relative a Expo abbiano sempre avuto un peso determinante nel successo dell’evento: nella fattispecie, nel 1906 si trattava proprio il tema dei trasporti e venne inaugurato il traforo ferroviario del Sempione, come simbolo forte di una nuova modernità che investiva l’Italia, della ricerca di un rapporto equilibrato tra arte e industria, grazie anche all’attualissima campagna pubblicitaria a diffusione capillare che l’organizzazione aveva pianificato con considerevole anticipo[3].

Antenati più recenti si ritrovano in Siviglia 1992 e Suisse 2002, due soluzioni estreme del day-after di Expo, dalla difficoltà di dare una nuova identità a un luogo costruito ad hoc, come l’isola di La Cartuja a Siviglia, a un’erosione completa di qualsiasi traccia dell’evento nel contesto svizzero, dove lo smontaggio delle strutture è avvenuto in maniera radicale. Queste e molte altre riflessioni sul fragile futuro delle aree delle esposizioni universali sono raccolte e proposte da un’interessante mostra alla Triennale di Milano, organizzata in modo provocatorio e sottile allo stesso tempo, dall’Ordine degli Architetti di Milano, attraverso la quale cinque fotografi di architettura di riconosciuto talento analizzano questi spazi ancora da capire e identificare, nella speranza di accendere almeno una riflessione nelle scelte sul presente e sul futuro.

Una cosa possiamo continuare a affermare con certezza: le esposizioni universali hanno sempre rispecchiato la società che le ha alimentate, e con essa, tra gli altri, il Paese ospitante, nel bene e nel male. Per cui non c’è da stupirsi se nella seconda metà dell’800 il motore pulsante dell’evento fosse un irrefrenabile entusiasmo verso la macchina, un continuo stupore verso una nuova modernità, sempre più veloce, sempre più vicina; oggi, alla base di Expo Milano, troviamo una ricerca disperata del sensazionalismo a tutti i costi, una volontà di stupire, o forse di stordire, con un continuum di stimoli, come si fosse all’interno di un film in 3D di ultima generazione. Da uno stupore spontaneo e genuino verso la modernità, si è quindi evoluto uno stupore richiesto, agognato, immaginato come unica chiave di un successo obbligato.

E’ forse necessario ammettere che le critiche verso Expo altro non sono che i necessari miglioramenti che la società stessa richiede, tenendo come presupposto l’idea che un’esposizione universale rimanga sempre figlia del suo tempo. Dal campo politico a quello sociale, entrambi espressi attraverso l’architettura, è utile analizzare Expo Milano 2015 come epifania di tutte le istanze irrisolte con cui conviviamo quotidianamente, approfittando di questa occasione per poter esercitare un’analisi critica e onesta e sviluppare una propria coscienza storica. 

Lara Porcella,  Associazione Cultarch

[1] Olmo Carlo, Le esposizioni universali, 1851-1900 : il progresso in scena, Torino, 1990.

[2] Wainwright Oliver, Expo 2015: what does Milan gain by hosting this bloated global extravaganza?, Articolo sul the Guardian, 12 maggio 2015.

[3] Leopoldo Metlicovitz, Manifesto ufficiale dell’Esposizione Internazionale del Sempione, Milano, 1906.