Non è facile parlar di donne in Architettura e Urbanistica, già che, come in tanti altri ambiti del sapere, dall’arte alla politica, le donne non sono mai rappresentate né con le stesse condizioni, né con lo stesso metro di giudizio di merito. Per questo motivo è necessario rivisitare la storia dell’architettura e della città in occidente per riscriverla includendo altri punti di vista ed esperienze, riempendo quegli spazi vuoti lasciati dalla storiografia tradizionale che ha occultato sistematicamente contributi delle donne. Questo compito non è esente da difficoltà, dato che la storia è sempre stata scritta secondo valori e parametri in cui le donne non sono mai state contemplate. Questa omissione non è un problema nuovo. Plutarco (Plutarco de Queronea 46-135 DC), ad esempio, scrisse l’opera Virtù delle donne, tra il 115 e il 135, seguendo la definizione aristotelica di Virtù in risposta alla negazione dei registri storici di riportare i contributi delle donne. Se la realizzazione di una scala di valori si costruisce a partire da una esperienza, tutto ciò che non entra in quella prospettiva rimane sconosciuto, negato e dimenticato. Per questo, se gli unici valori riconosciuti, attraverso il sistema patriarcale, che consentono di stabilire ciò che va bene ed è degno di nota sono quelli degli uomini, allora la metà dell’umanità non ha importanza, e non vi è spazio per altri valori, esperienze e conoscenze. Questa valutazione è valida, evidentemente, anche per tutte le altre storie subalterne: le minoranze etniche o di altro tipo, i non bianchi, i non ricchi.

La prima questione chiave da affrontare per manifestare il mondo delle donne è la già classica discussione avanzata dalla teoria femminista: come costruire un nuovo discorso con diversi valori, se ci troviamo “tagliate” dal modello unico dei valori patriarcali, mascolini e machisti?. La seconda questione è legata al genere: a cosa si riferisce? Il genere è la costruzione sociale e culturale dei ruoli assegnati storicamente che attribuiscono capacità specifiche, assegnano spazi e priorità sulla base del sesso di una persona. L’interno, il quotidiano è secondario e relativo; l’esterno, il pubblico è principale è importante. L’esperienza mascolina è rappresentata come neutrale, obiettiva, razionale ed universale; rispetto alla soggettività, irrazionalità e irrilevanza dell’esperienza femminile. Questa valutazione discriminante si formalizza sia nell’ambito domestico che in quello urbano, il privato e il pubblico, elementi complementari inseparabili che son sempre stati esposti come antagonisti.

Il discorso dei ruoli di genere si articola nell’accettazione della struttura patriarcale e delle gerarchie che garantisce la sua ripetizione e perpetuazione. La messa in scena e in pratica dei ruoli si configura in due spazi: la casa e la città. Per questo motivo è necessario svelare i discorsi e significati che si celano dietro le forme e scoprire in che modo le donne hanno contributo a migliorare le case e le città. La costruzione dei ruoli di genere non è né innocente né innocua. Una rivisitazione storica a partire dal pensiero critico ci svela quanto siano stati premeditati i discorsi che, durante la storia occidentale, sono stati dedicati a porre le donne in luoghi di subordinazione: una strategia di dominio che attraversa le diversità di classe, di origine culturale e religiosa, ed educativo.

I ruoli di genere e le competenze sono imposizioni basate sulla presunta dualità del sesso biologico di nascita. In questa artificiale suddivisione, alla donna è stato assegnato uno spazio, quello interno, e un mondo lavorativo, di riproduzione. L’invisibilità dello spazio privato e il non riconoscimento del valore della riproduzione, implica che tutte quelle attività relazione alla gestione e cura degli altri componenti della famiglia, della casa, della nutrizione, siano state attribuite al genere femminile. E continua ad esserlo ancora oggi, nonostante la presenza femminile nel mondo produttivo abbia lo stesso peso di quella maschile.

Questa situazione ruolo, inevitabile per secoli, ha determinato: da un lato, che il lavoro delle donne nel settore della produzione non sia stato visibile, dal momento che è sempre stato implicito che determinate attività non le appartengono, non le sono proprie né adeguate, e dall’altra, l’invisibilità e la scarsa considerazione del valore dei lavori domestici e di riproduzione, terminando per svuotare di contenuti meritevoli di considerazione i contributi delle donne nella società.

È quanto mai necessario cambiare il punto di vista, creare nuovi sistemi di valutazione che consentano di vedere e valutare le donne in tutti gli ambiti e in quelli dell’urbanistica e dell’architettura. A partire dal riconoscimento, spesso la scoperta, dei contributi tecnici ed intellettuali delle donne nelle professioni citate, così come nel rendere evidente le diverse necessità tra uomini e donne nell’uso delle città e degli edifici. Dalle diverse realtà vissute si ottengono diverse esperienze e, per tanto, diversi dati di partenza per approcciare la risoluzione tecnica di qualsiasi progetto.

Riconoscere queste differenze non significa però riaffermare la diseguaglianza ma riconoscere che diverse esperienze implicano diverse maniere di conoscere e stare al mondo: è fondamentale imparare a riconoscere e dare uguale valore alle differenze.

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Come già detto, il genere, in quanto costruzione di ruoli e capacità, ha condizionato l’essere e il fare delle donne e degli uomini nel mondo; da questo non si differenziano l’architettura e l’urbanistica. Per questo, consideriamo, ci siano almeno tre ragioni per rivisitare la storia, la critica e la pratica dell’urbanistica e dell’architettura a partire dal femminismo. Tre ragioni che comportano un’altra maniera di fare, di vedere e di essere.

La prima cosa da fare è dare di diritto un posto nella storia dell’architettura e dell’urbanistica a tutte quelle donne che nella pratica professionale, regolamentata o no, hanno contribuito nella costruzione dei nostri spazi urbani e delle conoscenze. La seconda azione è dare visibilità alle esperienze e necessità delle donne nella costruzione degli ambienti urbani e domestici, già che il potere decisionale della progettazione è sempre stato in mano all’esperienza e conoscenze mascoline, erroneamente riconosciuto come neutrale e universale. Infine, dare il giusto riconoscimento ai contributi che le donne, a partire da diverse esperienze e ambiti di conoscenza, hanno dato ti all’architettura e alla costruzione delle città mettendo in primo piano la conoscenza e l’esperienza di essere donne.


Zaida Muxí è professoressa di urbanistica Escola Tècnica Superior d’Arquitectura de Barcelona.

Articolo originale su http://www.arquitectura-politica.org/?p=69