Le otto immagini presentate al concorso Sardegna Reportage del Museo MAN di Nuoro sono gli ultimi scatti di un lavoro più ampio che va avanti da molti anni e che ha per tema la Sardegna, il suo paesaggio, le sue genti, le feste, da quelle più importanti fino a quelle meno conosciute e dei centri minori, i fatti di tutti i giorni.

Questa selezione relativa al 2013 e 2014 è parte di un archivio di oltre 150.000 scatti, realizzati in circa 20 anni di ricerca fotografica sul territorio. Tutto l’archivio è in pellicola bianco e nero. Nonostante l’avvento del digitale, continuo a rimanere fedele al sistema analogico: continuo a sviluppare i rullini e a stampare le foto perché in questo modo posso avere un controllo diretto su tutto il processo. Uso macchine fotografiche analogiche meccaniche, pochi obiettivi (principalmente grandangolari), percorro il territorio della Sardegna in modo capillare e metodico : vado a fotografare feste in Sardegna ininterrottamente da vent’anni tutti gli anni, torno sui luoghi per esplorarli più a fondo sempre con l’idea di strappare finalmente la foto risolutiva, che funziona, quella che sintetizza l’avvenimento.

La camera oscura vecchio stile è ancora il luogo nel quale opero; non ho particolare interesse per le manipolazioni o le foto costruite, non dico alla gente che fotografo fai questo o fai quello; diciamo che per me in fotografia è importante l’onestà, l’istante, il movimento, l’allusione, i diversi piani, la luce, lo spazio. Negli spazi, nei paesaggi, preferisco inserire l’essere umano, magari anche piccolo, marginale: mi dà un’idea di solitudine, della precarietà della vita, del silenzio, della nostra limitatezza.

Questi otto scatti nascono dall’istinto più che da un’idea razionale: sono un personale punto di vista, una visione del tutto soggettiva della realtà. Anche se, naturalmente, ognuno di noi può leggere una foto in maniera diversa, il tentativo è stato proprio questo: evitare il didascalico e il bello fine a se stesso e raccontare una Sardegna quasi primigenia, terra all’inizio dei tempi dove la figura umana sta facendo il suo ingresso, dove il tempo si dilata e sconfina nel quotidiano; per evocare il piacere che si prova stando a contatto con la bellezza della natura : dal paesaggio in mezzo alla nebbia ma così luminoso, al pastore dietro le sue poche pecore presso un’ improbabile stazione ferroviaria dove il treno non passa più (come mi ha detto lui stesso), dall’ omino di fronte al mare di Platamona (abba meda, immensu mare), al bambino di Paulilatino in quella insolita posizione, fino al poeta a Giave col suo improbabile atlante geografico.

…Una moltitudine di volti tra i quali l’obiettivo s’aggira in una ricerca continua, come se il fotografo nella sua febbre identitaria cercasse di riconoscersi in ognuno di loro e davanti a quegli scatti si rivolgesse sempre la stessa domanda: quale sono io?…

 Giuseppe Onida