Prospetto cieco è il titolo della rubrica che indaga le interazioni tra arte, architettura e dimensione urbana in Sardegna, ponendo al centro della riflessione un elemento architettonico che, quando determinato da normative e vincoli estranei a precise scelte progettuali, si dà come superficie inerte e irrisolta. Ma se il vincolo è inteso come limite da superare, esso diviene occasione per far sì che tra una parete priva di intenzionalità, “un pennacchio d’arco”[1], e la città possa instaurarsi un dialogo in cui la percezione attiva dell’osservatore attui la costruzione di un paesaggio, una trama di relazioni scaturite dalla mediazione tra soggetto e realtà. Dare occhi al prospetto è possibile, così come testimoniano le esperienze di artisti in territorio sardo di cui parleremo in questo spazio.

img articolo

Lino Cabras – architetto – si laurea nel 2007 presso la Facoltà di Architettura di Alghero con una tesi sulla riconversione del Bunker Valentin a Brema (docenti M.Faiferri, O.Decq, A. Huber). Successivamente inizia l’attività professionale focalizzandosi su spazi pubblici, espositivi e residenziali in collaborazione con diversi studi di Cagliari e Barcellona (C+C04, Lino & Piccarreta Associati, SPA Studio Professionisti Associati, MARQ Barcelona). Nel 2010 consegue un master in Interior Design presso la Scuola Politecnica di Design di Milano e prosegue il suo percorso professionale  con  RuattiStudioArchitetti, affrontando il tema del recupero di edifici ex industriali nella zona Ventura-Lambrate (MI).  Parallelamente entra nel gruppo di ricerca interdisciplinare di CROWDYXITY, Spin-off dell’Università Bicocca incentrato sulle dinamiche della folla in spazi pubblici e non luoghi, dove partecipa alle attività del laboratorio di intelligenza artificiale CSAI, Dipartimento di Informatica Sistemistica e Comunicazione (DISCo).

Dal 2012 svolge la libera professione occupandosi  principalmete dei rapporti tra spazio e percezione nel progetto architettonico. Dal 2014 è dottorando presso il DICAAR, Università degli Studi di Cagliari.

foto cv


[1] Nell’articolo “I pennacchi di San Marco e il paradigma di Pangloss. Critica del programma adattazionista(1979) i biologi S. J. Gould e R. C. Lewontin  criticano l’adattazionismo nella biologia evolutiva facendo ricorso alla metafora dei ‘pennacchi’ della basilica di San Marco a Venezia, secondo la definizione seguente: “i pennacchi, gli spazi a forma di triangolo allungato formati dall’intersezione di due archi posti ad angolo retto, sono dei sottoprodotti architettonici necessari quando una cupola è inserita su archi tondi. Ogni timpano contiene un disegno splendidamente adattato allo spazio che si restringe”. Questi elementi, indispensabili per la statica della struttura, solo in un secondo momento acquistano  dignità estetica con le decorazioni musive che li rivestono.