Sardarch avvia una riflessione sulla condizione delle facoltà di architettura italiane, che prende spunto dall’articolo di Rossella Ferorelli, pubblicato su Domus “Italia, un’indagine sull’accademia”.
Ecco le risposte del  Prof. Adriano Ghisetti Giavarina, Presidente del Consiglio del Corso di Laurea in Architettura, Università degli Studi Gabriele d’Annunzio, Chieti-Pescara, alla breve intervista che abbiamo proposto a tutti i presidi delle facoltà di architettura italiane.

Di seguito le tre domande poste al professore a cui ha risposto con una riflessione sullo stato delle scuole di architettura.

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1) In rapporto alla crisi e alla triste realtà lavorativa a cui i futuri architetti andranno incontro una volta terminati gli studi, cosa significa oggi insegnare architettura in Italia? Crede che sia cambiato il ruolo dell’architetto e di conseguenza dell’insegnamento dell’architettura?

2) I numeri parlano chiaro: 24 architetti ogni 10mila abitanti in Italia per un totale di 145.000 professionisti, contro i 50mila della Spagna e i 32900 del Regno Unito. In base a questi numeri e considerazioni quale è la sua visione per il futuro delle facoltà di architettura in italia?

 

3) “L’incapacità tutta italiana di connettere la ricerca alla pratica progettuale, al di là di qualche elegante formula sintattica. In quale caso abbiamo visto l’accademia incidere come un cuneo di avanguardia nellequestioni salienti della città negli ultimi 30 anni? Quale istituto è stato in grado di canalizzare l’enorme capitale intellettuale giovanile che possiede nella produzione di nuovi protocolli spaziali? Se pure sono esistiti laboratori e sperimentazioni interessanti, qual è stato il loro peso a livello nazionale, e quali i risultati al di fuori delle mura dell’accademia?”

Le facoltà dovrebbero essere dei centri generatori di ricerca e innovazione, motori propulsori per lo sviluppo economico di un paese. In che modo la ricerca nel campo dell’architettura può offrire reali benefici al mestiere e all’Italia?

 

Intanto, come premessa, va detto che in base all’ultima riforma dell’Università la maggior parte delle Facoltà sono state soppresse, ed esistono ora i Corsi di Laurea gestiti dai Dipartimenti. Nella sostanza i corsi, sul piano didattico, sono rimasti comunque gli stessi.
Credo che il futuro dei nostri corsi, e della nostra professione, sia strettamente legato a un necessario miglioramento della qualità dei nostri insegnamenti. A tal proposito sono piuttosto critico sull’adeguamento, voluto già da diverso tempo, agli standards europei al fine di ottenere il riconoscimento del nostro titolo di studio in ambito UE.
Infatti questo ha comportato un aumento dei crediti delle materie progettuali a scapito di materie ugualmente necessarie per la formazione dell’architetto: così, a Pescara, sono stati aboliti corsi come Storia dell’urbanistica e Storia della critica e della letteratura architettonica che erano altamente formativi.
Altro prezzo pagato al riconoscimento UE è un ormai altamente selettivo test d’ingresso ai corsi di architettura. E’ noto che il livello di preparazione fornito dalle nostre scuole superiori è infatti ormai generalmente assai scarso e quindi ai neo-diplomati riesce assai difficile prepararsi in maniera adeguata a superare tale test. Con il risultato che, complici anche gli alti costi degli studi universitari, ormai in numerose sedi non vengono coperti tutti i posti disponibili.
A fronte di questa situazione stanno i corsi di ingegneria italiani, ritenuti anche all’estero altamente qualificati al punto che i nostri ingegneri sono richiesti dentro e fuori la UE senza bisogno di particolari riconoscimenti.
Qualcosa dunque non funziona. E se è vero che i nostri corsi di architettura devono fornire sempre maggior qualità e, possibilmente, anche particolari specializzazioni, e anche vero che i criteri di selezione per il numero chiuso andrebbero a mio parere rivisti.

Presidente del Consiglio del Corso di Laurea in Architettura
Università degli Studi Gabriele d’Annunzio, Chieti-Pescara