Sardarch avvia una riflessione sulla condizione delle facoltà di architettura italiane, che prende spunto dall’articolo di Rossella Ferorelli, pubblicato su Domus “Italia, un’indagine sull’accademia”. Ecco le risposte del  Prof. Giovanni Leoni, Direttore del Dipartimento di Architettura dell’ Università degli Studi di Bologna, alla breve intervista che abbiamo proposto a tutti i presidi delle facoltà di architettura italiane.

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1. In rapporto alla crisi e alla triste realtà lavorativa a cui i futuri architetti andranno incontro una volta terminati gli studi, cosa significa oggi insegnare architettura in Italia? Crede che sia cambiato il ruolo dell’architetto e di conseguenza dell’insegnamento dell’architettura?

Ritengo che ci si trovi di fronte a una crisi non contingente ma strutturale delle discipline del progetto, esacerbata dalla crisi economica ma non da essa determinata. In altra sede sarebbe utile ricostruire il processo storico che, oggi, impedisce ad alcuni modelli di creatività strutturanti le discipline del progetto di architettura di innestarsi efficacemente nei processi di ideazione e produzione cui dovrebbero riferirsi.
In una formula si potrebbe dire che non è in crisi l’architettura – e del resto non si vede come potrebbe, trattandosi di una attività essenziale e vitale per gli esseri umani -, ma sono in crisi: a) alcuni mercati o settori produttivi che implicano l’esercizio della professione di architetto b) e per conseguenza, alcuni paradigmi culturali relativi all’esercizio della professione di architetto; tra questi, certamente, la concezione dell’architetto/artista che ha dominato la cultura architettonica alta italiana del Novecento e, non di meno, l’insegnamento della architettura nelle Facoltà italiane.

A fronte di ciò, lo sforzo del Dipartimento di Architettura dell’Università di Bologna, recentemente formatosi a seguito della riorganizzazione dell’Ateneo in 33 Dipartimenti, è stato duplice. Da un lato – ed è quanto già fatto – si è cercato di differenziare i profili: una laurea quinquennale a ciclo unico in Architettura che forma l’architetto generalista, possibilmente colto e flessibile, capace di adeguare le proprie competenze alla diverse condizioni di esercizio del progetto, insomma l’architetto della tradizione novecentesca italiana (a Cesena); una laurea quinquennale a ciclo unico in Ingegneria Edile e Architettura (a Bologna) che forma figure in grado di progettare i processi di costruzione della architettura, diciamo nella prospettiva del vincolo piuttosto che della libertà inventiva (la costruzione, la sostenibilità, la riqualificazione anche del patrimonio non storicizzato, ecc.); una laurea Magistrale in management dei processi legati alla costruzione della architettura, rivolta tanto alle aziende quanto agli enti pubblici, cui abbiamo affiancato un percorso, in inglese, caratterizzato sull’Historical Building (in doppio titolo con Tonji University); infine una laurea triennale in Disegno Industriale, sostenuta e progettata con il comparto bolognese del packaging, che porta gli studenti in azienda sin dal primo anno, nel tentativo di ridefinire, insieme al mondo della produzione e non a tavolino, profili formativi funzionali ed efficaci,
Dall’altro lato – ed è l’impegno in corso – c’è un continuo sforzo – nelle molte e note difficoltà dettate dalla crisi del sistema universitario e con i molti vincoli che questo pone – di ridefinire i profili formativi, aprendo quanto più possibile il dialogo con ogni ambito di pratica del progetto e di riflessione su di esso.
A questa duplice azione si deve evidentemente affiancare un processo di internazionalizzazione della formazione dell’architetto, su cui pure siamo impegnati. Se i mercati europei sono in crisi, è nella natura e nella tradizione della disciplina la capacità e la volontà di andare laddove ci sono occasioni di progetto e di realizzazione. Naturalmente occorre avere le competenze per poterlo fare. I programmi Erasmus hanno aiutato molto in tal senso, ma c’è ancora moltissimo da fare.

Tutto ciò senza dimenticare che la disciplina della architettura, abbagliata da un modello di creatività artistica volta solamente allo straordinario, ha troppo spesso e troppo ampiamente rinunciato ad occuparsi dell’ordinario e del prossimo, del marciapiede piuttosto che del museo diciamo, privandosi così un un campo di azione che le è sempre appartenuto e di cui dovrebbe riappropriarsi, soprattutto in Italia, dove l’ordinario e lo straordinario sono spesso e felicemente commisti.

2. I numeri parlano chiaro: 24 architetti ogni 10mila abitanti in Italia per un totale di 145.000 professionisti, contro i 50mila della Spagna e i 32900 del Regno Unito. In base a questi numeri e considerazioni quale è la sua visione per il futuro delle facoltà di architettura in italia?

I dati delle iscrizioni ai Corsi di architettura di questo anno accademico 2013-2014 rappresentano già una forte contrazione. Credo che il processo di riduzione degli iscritti continuerà e, combinato con la contrazione economica e di risorse umane del sistema universitario italiano, porterà a una riduzione dei Corsi. Ciò che conta è comprendere e governare tale processo riqualificando l’offerta e, di conseguenza, formando una classe professionale dai numeri più contenuti, con competenze differenziate, orientata ai reali temi di applicazione del progetto, al tempo stesso capace di muoversi su mercati internazionali e di occupare spazi vicini oggi lasciati con rassegnazione ad altre figure professionali. Mi rendo conto che la formula è banale e troverebbe d’accordo la maggior parte dei miei colleghi. La difficoltà vera consiste nel fatto che, per orientare verso la qualità un processo di contrazione della offerta didattica, occorrerebbe una capacità di dialogo, confronto e stretta collaborazione che, fino ad oggi, i diversi Atenei non hanno avuto e che forse, al di là delle volontà personali, non ha gli strumenti operativi (economici, burocratici) per divenire fattiva. Qualcosa, in tal senso, sta certamente accadendo, anche se più sulla spinta di ristrettezze che non per volontaria progettualità. Si pensi, ad esempio, alla radicale riduzione dei Dottorati, sottoposti alla richiesta di nuovi requisiti estremamente impegnativi, e alla possibilità che questo processo suggerisce di creare pochi e qualificati e qualificanti centri di altra formazione. Ma al primo e secondo livello di formazione il dialogo, anche tra sedi geograficamente molto vicine, è quasi completamente assente, soffocato da una competizione, oggi forse inevitabile, ma che deve essere superata e trasformata in un modello a rete capace di offrire al diplomato una chiara mappa dei luoghi in cui può ottenere il meglio delle competenze possibili su profili chiaramente individuati e differenziati.

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3. “L’incapacità tutta italiana di connettere la ricerca alla pratica progettuale, al di là di qualche elegante formula sintattica. In quale caso abbiamo visto l’accademia incidere come un cuneo di avanguardia nelle questioni salienti della città negli ultimi 30 anni? Quale istituto è stato in grado di canalizzare l’enorme capitale intellettuale giovanile che possiede nella produzione di nuovi protocolli spaziali? Se pure sono esistiti laboratori e sperimentazioni interessanti, qual è stato il loro peso a livello nazionale, e quali i risultati al di fuori delle mura dell’accademia?” Le facoltà dovrebbero essere dei centri generatori di ricerca e innovazione, motori propulsori per lo sviluppo economico di un paese. In che modo la ricerca nel campo dell’architettura può offrire reali benefici al mestiere e all’Italia?

Personalmente sono sempre molto infastidito dalle polemiche sulla cosiddetta “accademia”, spesso alimentate da persone che poi, in questa temibile “accademia”, lavorano o sono pronti a lavorare alla prima occasione; è una polemica antistorica e datata quasi quanto la discussione sull’inserimento della architettura “moderna” nei “centri storici”. Sicuramente di “retroguardia” e non di “avanguardia”, se questi termini hanno ancora un senso, reazionaria vorrei dire. Anche perchè gli appelli contro la “accademia” si affiancano al massacro mediatico cui è stata sottoposta in questi ultimi anni la figura del docente universitario, “fannullone e strapagato”; un attacco dalle evidenti ragioni politiche che ben poco ha a che vedere con la realtà del nostro lavoro quotidiano.

L’Università è l’istituzione, ad oggi l’unica in Italiua, in cui si formano gli architetti. Non mi pare che l’Italia abbia necessità di critica a istituzioni troppo forti, ma semmai vedo la necessità di rafforzare le istituzioni, il loro ruolo, la loro credibilità, ovviamente aggiornandole e innovando; mi pare che ciò valga, a maggior ragione, per l’istituzione universitaria, che per fortuna in Italia è ancora in larga misura pubblica e accessibile ai più. Tale necessità è perfettamente simmetrica, o meglio propedeutica, alla necessità di restituire dignità e credibilità alla figura dell’architetto professionista, non meno massacrato dalla politica e dai media.

Personalmente vedo come limiti maggiori dell’istituzione universitaria, in questo momento storico, due smarrimenti. Il primo è una parcellizzazione dei saperi del progetto, chirurgicamente sezionato in una infinita serie di ambiti disciplinari che non dialogano tra loro, impedendo allo studente di comprendere come il vero compito rimasto alla disciplina sia, non tanto una astratta elaborazione della forma sorretta da saperi ancillari, ma la capacità di governare, portandolo a sintesi formale, un processo nel quale agiscono – e spesso dominano – saperi diversi, spesso in contrasto tra loro e non limitati ai saperi tecnici. Manca, diciamo così, il senso del “fatto architettonico”, dell’opera come momento di sintesi e ragione d’essere dei saperi del progetto. Il secondo smarrimento, strettamente correlato, consiste nel continuare a limitare il campo di azione della architettura a una gamma ridottissima di occasioni progettuali, condannando la disciplina al ristretto ambito dello straordinario. Uno studente di medicina può specializzarsi in decine di campi differenti e non sempre gli si chiede di essere il grande clinico o il grande chirurgo che decide della vita o della morte. Un allargamento del campo di azione della architettura – che sarebbe poi un ritorno alla sue più consolidate prassi – restituirebbe forse all’architetto anche il suo ruolo di risolutore di problemi, di figura cui è affidata la cura della qualità dei luoghi che esistono e in cui viviamo, non solo la invenzione di luoghi straordinari in cui vivremo o potremmo vivere.

Per contrastare la “barbarie dello specialismo” – come la definiva Ortega y Gasset –  da un lato e, dall’altro, la condanna a un ruolo demiurgico, non mi pare ci si possa affidare a sterili e datate contrapposizioni – accademia/avanguardia, ricerca/professione – ma credo occorra costruire tavoli comuni, occasioni concrete e operative di dialogo tra tutte le figure che entrano nella complessa commedia umana del progetto e della costruzione di una architettura: gli educatori come i professionisti, gli agenti economici come i decisori politici. Se le Facoltà, oggi Dipartimenti di Architettura, in Italia, sapranno costruire tavoli di confronto, e gli strumenti ci sono, allora possiamo immaginare di formare figure che, accanto alla capacità di visione necessaria per il progetto di architettura – ordinario o straordinario che sia – abbiano anche solida conoscenza e consapevolezza della realtà complessa in cui dovranno operare e, nondimeno, capacità di ritagliare il proprio ruolo con precisione divenendo più competitivi, ovvero maggiormente capaci di inserirsi nei reali processi economici aggiornando competenze e strumenti senza l’abbaglio costante della grande occasione.

 INCHIESTA: Quale futuro per le Scuole di Architettura in Italia?