Sardarch avvia una riflessione sulla condizione delle facoltà di architettura italiane, che prende spunto dall’articolo di Rossella Ferorelli, pubblicato su Domus “Italia, un’indagine sull’accademia”.
Ecco le risposte del  Prof. Arnaldo Cecchini, Direttore del Dipartimento di Architettura, Design e Urbanistica della Scuola di Architettura di Alghero, alla breve intervista che abbiamo proposto a tutti i presidi delle facoltà di architettura italiane.

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1) In rapporto alla crisi e alla triste realtà lavorativa a cui i futuri architetti andranno incontro una volta terminati gli studi, cosa significa oggi insegnare architettura in Italia? Crede che sia cambiato il ruolo dell’architetto e di conseguenza dell’insegnamento dell’architettura?

La crisi può essere un’opportunità. Io sono pessimista, penso che quel che scrivo sull’opportunità non sarà probabile, ma provo a vedere questa opportunità.
L’opportunità è che nulla potrà essere come prima; non voglio dire che si uscirà dalla crisi uscendo dal capitalismo in crisi, ma sicuramente saranno messi da parte i modelli di sviluppo del capitalismo industriale (quello dei “trenta gloriosi” in cui in qualche modo lo sviluppo andava di pari passo con la crescita, anche se a prezzo di pesanti devastazioni ambientali) e del turbo-capitalismo (quello dell’incremento spaventoso delle disuguaglianze e della crescita senza sviluppo).
Che sia lo sviluppo di una green economy più tradizionale, che sia una qualche forma di decrescita, che sia il rilancio del municipalismo, che sia una ricostruzione dello stato del benessere meno centralizzato, dovrà cambiare molto nel modo di produrre e di consumare.
Cambiare nella direzione di ridurre le disuguaglianza, gli sprechi, il consumo di territorio, nella direzione di recuperare, risanare, riqualificare, riusare.
Se così fosse ci sarebbero grandi occasioni di lavoro per gli “architetti”.
Ho messo le virgolette perché anche gli architetti dovranno cambiare aspirazioni e modelli.
Ho messo le virgolette perché sotto molti aspetti i mestieri dell’architetto sono cambiati.

Aspirazioni e modelli da respingere in primo luogo. Quelli di far riferimento al mondo dei “semidei” (l’un per cento del’un per cento), alle opere faraoniche per ossequiare il potere dei nuovi ricchi, all’intervento artistico decontestualizzato e deresponsabilizzato; anche qui c’era l’uno per cento (per mille?) contro il 99%, ma anche qui molti del 99% si riconoscevano sul piano simbolico e dei desideri nell’uno per cento. Quel modello è devastante, socialmente e culturalmente.

Aspirazione e modelli da costruire in secondo luogo. Quelli della responsabilità sociale, del diritto all’abitare,  del diritto alla città, quella della ricostruzione degli spazi pubblici, della ridefinizione del rapporto città – campagna. Un modello durevole, equo, ricco di opportunità di lavoro.
Ho poi parlato di mestieri, al plurale, perché credo che dovremmo accettare l’idea che – salvo restando l’orientamento al progetto – sono parecchie le attività cui un architetto contemporaneo può dedicarsi: almeno quelle che fanno riferimento alle quattro delle sezioni dell’Ordine per capirci e al loro interno diverse altre specializzazioni. Questo vuol dire, tra l’altro che i percorsi formativi di architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori dovrebbero essere più intrecciati, anche utilizzando le opportunità del tre più due. E non dimenticherei i designer, ma ci tornerò.

2) I numeri parlano chiaro: 24 architetti ogni 10mila abitanti in Italia per un totale di 145.000 professionisti, contro i 50mila della Spagna e i 32900 del Regno Unito. In base a questi numeri e considerazioni quale è la sua visione per il futuro delle facoltà di architettura in italia?

I numeri parlano sempre chiaro, ma dicono una parte della verità. Possiamo dire che  2 architetti per mille abitanti sono troppi? certo sono più dell’uno dei tedeschi. e molto più dello 0,5 dei britannici. Ma ci sono molte cose di cui tener conto. Ad esempio la densità, l’estensione e la qualità del patrimonio architettonico storico che richiede molti più architetti pro-capite di quello dell’Islanda. Penso che se il nostro Paese dovesse decidere di avviare un’opera grande, quella di metter mano alla riqualificazione e alla rigenerazione delle nostre città e delle nostre campagne, quella della messa in sicurezza degli edifici e del territorio, quella della valorizzazione (in primo luogo culturale) delle città storiche. forse non ci sarebbero troppi architetti.

Ma è ragionevole pensare che si debba progressivamente stabilizzare e ridurre l’afflusso; direi che una programmazione concertata a livello nazionale e per area geografica per gli accessi alle lauree di architettura, ingegneria edile, pianificazione, paesaggio e conservazione, sarebbe necessaria e opportuna; così come andrebbe affrontato in via definitiva il nodo della professione del geometra, che dovrebbe e potrebbe essere ri-orientata per tutti su una laurea triennale più un anno di tirocinio, offrendo così un vero sbocco agli architetti e pianificatori junior.

E – come dicevo – penserei anche ad accogliere formalmente nella famiglia (anche nell’Albo, perché no?), i designer, una componente essenziale per progettare i luoghi dell’abitare e gli spazi pubblici. In sostanza, visto che le facoltà non esistono più (o meglio che sono al più strutture di raccordo tra dipartimenti e quindi che in Italia potrebbero essere pochissime quelle di architettura), direi che sarebbe utile che si rafforzasse il coordinamento tra corsi di laurea (di architettura, di pianificazione, di design, …) e che si costituissero delle Scuole su base territoriale tra dipartimenti o parti di dipartimento di Atenei diversi.

Faccio un esempio: perché non costruire una Scuola di Architettura della Sardegna, tra i due Dipartimenti, l’Ordine e alcune realtà associative (come Sardarch) che si occupi del dibattito culturale, della formazione permanente, della buona divulgazione, del sostegno ai giovani professionisti, di alcune attività di ricerca? O di più: perché non pensare a una Scuola del Mediterraneo Occidentale, magari partendo da un coordinamento delle Scuole delle tre grandi isole?

Ma soprattutto, voglio ribadirlo, bisogna pensare a percorsi più intrecciati tra le professioni che hanno come centro il progetto dello spazio.E pensare che le lauree magistrali più “specializzate” originano flussi di studenti tra un Ateneo e l’altro. Ma la dimensione chiave è quella internazionale. Bisogna ricevere studenti, inviare studenti (noi di AAA mandiamo pressoché tutti gli studenti per un semestre all’estero), costruire un ambiente di apprendimento internazionale (anche quest’anno organizzeremo tre Master con partner europei ed americani), ospitando professionisti e ricercatori.

Non è male se i nostri laureati vanno a lavorare e fare esperienze all’estero anche per periodi lunghi; è male se sono costretti a restarci. Dobbiamo costruire le condizioni perché possano fare il loro mestiere (uno o più dei mestieri possibili) anche nella nostra terra e per la nostra terra; penso agli incubatori di impresa, al co-working, ai fab-lab, penso a una progettazione pubblica sempre a concorso, a pratiche che favoriscano le imprese giovani e i giovani professionisti, alle infrastrutture di comunicazione; penso a un piano di riassetto del territorio, agli interventi pianificatori e progettuali necessari per la realizzazione operativa del Piano Paesaggistico Regionale del 2006.

Fatemi spendere due parola sul PPR: il suo impianto generale, i suoi obiettivi, la sua visione, la sua organizzazione vanno difesi e resi operativi; ciò richiede decine di esperti – gli “urbanisti dai piedi scalzi” li ho definiti – e un percorso di formazione avanzato di amministratori, tecnici, funzionari – come è stato nel progetto ITACA che ha coinvolto 400 persone nella fase di avvio del PPR.

3) “L’incapacità tutta italiana di connettere la ricerca alla pratica progettuale, al di là di qualche elegante formula sintattica. In quale caso abbiamo visto l’accademia incidere come un cuneo di avanguardia nellequestioni salienti della città negli ultimi 30 anni? Quale istituto è stato in grado di canalizzare l’enorme capitale intellettuale giovanile che possiede nella produzione di nuovi protocolli spaziali? Se pure sono esistiti laboratori e sperimentazioni interessanti, qual è stato il loro peso a livello nazionale, e quali i risultati al di fuori delle mura dell’accademia?”

Le facoltà dovrebbero essere dei centri generatori di ricerca e innovazione, motori propulsori per lo sviluppo economico di un paese. In che modo la ricerca nel campo dell’architettura può offrire reali benefici al mestiere e all’Italia?

È difficile rispondere se si resta dentro una dimensione accademica. Intanto una parte della questione è ben posta; checché se ne dica il rilancio del sistema della formazione superiore in Italia passa in primo luogo attraverso l’incremento della qualità media. Anche qui c’è un problema di numeri: le sedi universitarie in Italia non sono affatto troppe né in assoluto né in relazione alla “storia”; non lo sono per la Sardegna: la distanza tra Cagliari e Sassari è molte volte superiore a quella tra Bologna e Modena, tra Bologna e Parma, tra Bologna e Ferrara, o tra Padova e Venezia; forse sono un po’ troppo le “facoltà di architettura” (di qui la necessità di “specializzare” le lauree magistrali).

Incremento della qualità media significa che puntare a poche scuole di eccellenza in un mare di scuole mediocri, o peggio a una distinzione tra teaching universities e reasearch universities sarebbe sbagliato e controproducente: si tratta di fare in modo che tutte le sedi siano in grado di fare ricerca e di fare didattica di alto livello, l’una cosa – per un’istituzione educativa – ha bisogno dell’altra.
L’altra parte mi sembra meno perspicua. Poteva l’accademia essere un “cuneo di avanguardia” in qualche modo?
Questa immagine evoca un celebre manifesto di El Lisssitsky, una citazione ambiziosa, troppo ambiziosa.
Poteva l’accademia essere un tale cuneo in un contesto in cui – come ho detto – l’architettura reale si piegava agli interessi e ai piaceri dell’iper-borghesia, abdicando a ogni funzione sociale?
In cui la dimensione del diritto all’abitare è scomparsa dall’attività professionale?
In cui i modelli culturali di riferimento sono quelli del disimpegno e della de-contestualizzazione?
Non poteva.
Ma avrebbe potuto essere e potrebbe essere la sponda “alta” delle molte e diffuse pratiche sociali, spesso generate o rafforzate dall’azione di giovani architetti, urbanisti e designer; dare a questa pratiche dignità teorica, respiro, sostegno.

Ecco da qui ripartirei: dal confronto con il mondo reale. Ripartirei dal ruolo dell’accademia come referente di lungo periodo delle azioni, di mobilitazioni e di progetto, tese ad affermare il “diritto alla città”, una sorta di fucina per il design for all.
Forse ci si può pensare.

Prof. Arnaldo Cecchini – 17 dicembre 2013