Quali sarebbero le azioni da intraprendere affinché il territorio gallurese possa avere uno sviluppo omogeneo e sostenibile, sia dal punto di vista sociale, sia da quello ambientale? Quale visione possiamo auspicare per la Gallura del futuro?

Abbiamo individuato cinque, semplici punti:

1.    Permeabilità della costa

Un dato oggettivo: per motivi legati unicamente al valore di mercato dei terreni, in condizione di assenza di vincoli, la tendenza naturale sarebbe quella di creare una sorta di “città lineare” lungo la costa, creando di fatto una netta divisione tra ciò che produce reddito attraverso il turismo e ciò che non ne produce. La conseguenza è avere un entroterra svuotato e una perdita generale in termini culturali e sociali. In parte questo è avvenuto anche in Gallura, anche se in forma molto ridotta rispetto ad altre località. I vincoli di inedificabilità da soli, del resto, non sono certo un’alternativa.

Quello che andrebbe fatto è attivare forme turistiche basate non solo sul turismo balneare e nautico, ma anche su quello agricolo, eno-gastronomico, oltre che su quello cosiddetto “attivo”. Sarebbe questo un modo per valorizzare un territorio di eccezionale bellezza e al contempo coinvolgere la popolazione locale in uno scambio di cultura e di esperienze. Basate sulla cucina, sulle tradizioni, sul modo di vivere di un popolo cui è stato raccontato che il benessere passa necessariamente attraverso le ville e gli yacht dei magnati provenienti dalle economie emergenti. A questo proposito, è opportuno far notare che i super ricchi non sono l’unico target che porta ricchezza, anzi. Esiste una fascia di turisti attenta alla scoperta di territori come quello gallurese, disposta a vivere esperienze varie e coinvolgenti, che anzi possono distribuire la ricchezza sul territorio.

Immaginare un’offerta turistica che metta insieme una costa straordinaria con i paesaggi del vermentino, con quelli della filiera del sughero, con quelli degli stazzi, passando attraverso esperienze eno-gastronomiche grazie ai prodotti del territorio, sarebbe a nostro avviso un buon modo per far sì che la costa si trasformi da principale attrattore a elemento di qualità di un sistema ben più vario. Per fare questo, basterebbe indirizzare e promuovere l’iniziativa privata.

2.    Valorizzazione del paesaggio agrario storico

La Gallura possiede un paesaggio agrario unico nel suo genere, fortemente caratterizzato da unità abitative isolate o raggruppate (stazzi e cussogghji), con coltivazioni diversificate che ne facevano unità completamente autosufficienti. La presenza di una forte componente naturale, la suddivisione degli spazi che mirava a trarre il massimo da terreni poco produttivi, l’uso di una rete viaria di crinale o di mezza costa che univa le unità altrimenti isolate, l’uso di elementi divisori quali i muri a secco, ne fanno un patrimonio da tutelare e valorizzare.

Il PPR della Sardegna, oltre a considerare gli stazzi storici beni paesaggistici, mirava a contrastare il fenomeno di trasformazione degli stessi e all’edificazione di seconde case, che stavano snaturando le caratteristiche stesse del paesaggio. Questo attraverso il vincolo di subordinazione di chi edifica alla conduzione di terreni agricoli e a vocazione zootecnica. Il risultato, in mancanza di un opportuno controllo, è visibile a tutti: le seconde case continuano a costruirsi ma a chiamarsi in altro modo. I capanni degli attrezzi diventano dépendances, e quelli che dovrebbero essere terreni coltivati giardini. Una considerazione a questo proposito è necessaria: sarebbe un errore pensare che il sistema degli stazzi possa tornare a esistere nella sua forma originaria, perché non ci sono più le condizioni per farlo.

Sarebbe utile guardarsi intorno e capire per esempio cosa succede in Toscana, per la quale il paesaggio agrario rappresenta una ricchezza incommensurabile. In zone come il Chianti e la Val d’Orcia si è innescato un meccanismo per cui sono gli stessi proprietari delle cascine a essere guardiani del territorio che possiedono. La coltivazione della vite e dell’ulivo probabilmente è fatta oggi per motivi amatoriali molto più che in passato, ma il risultato è quello di tutelare un paesaggio storico riconosciuto in tutto il mondo.

D’altra parte è stato proprio Paolo Baldeschi, consulente del Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Firenze a usare il concetto di struttura profonda del paesaggio al fine di definire una serie di elementi caratterizzanti da conservare intatti nel tempo. Non essendoci quindi la possibilità di tutelare il paesaggio attraverso l’uso che si faceva in passato del territorio gallurese, sarebbe comunque fondamentale conservarne le caratteristiche culturali e storiche.

strutture abbandonate

3.    Recupero del patrimonio costiero

A fronte di un’opinione sempre più condivisa (oltre che condivisibile) che chiede, a fronte di dati oggettivi sull’effettiva esigenza di nuove edificazioni, di arrestare il consumo di territorio, esiste in Gallura un patrimonio costiero di altissimo valore che si sta via via perdendo. Basti pensare all’incredibile patrimonio delle batterie militari dell’Arcipelago di La Maddalena e della costa prospicente, dei fari e delle stazioni si segnalazione oramai abbandonati che caratterizzano le nostre coste. Riguardo questo argomento, è degna di nota l’azione portata avanti dalla Conservatoria delle Coste che, attraverso un programma integrato di valorizzazione del patrimonio costiero, interverrà su un numero considerevole di strutture abbandonate lungo la costa, e le affiderà in concessione ai privati, che a loro volta si prenderanno l’onere della ristrutturazione degli edifici. I privati dal canto loro, saranno vincolati da norme stringenti che disciplineranno i criteri d’intervento, la destinazione d’uso e l’obbligo di destinare una parte della struttura per uso pubblico.

E’ questa la trasposizione del concetto che abbiamo affermato parlando della vendita di Budelli, ovvero: in aree di particolare pregio quali quelle costiere, un uso pubblico è necessario. L’uso pubblico però non esclude necessariamente un intervento privato, anzi: talvolta il privato può intervenire laddove il pubblico non può intervenire; per mancanza di risorse, di progettualità e – perché no, di “convenienza”. Se il progetto di valorizzazione di fari e fanali dovesse avere successo (e ce lo auguriamo), sarebbe auspicabile un allargamento di questo modus operandi al sistema di fortificazioni dell’Arcipelago, che versano in condizioni disperate e che richiedono al più presto un intervento che ne arresti il processo di degrado. Sarebbe inoltre un modo per dare respiro alla società maddalenina che da anni sta facendo i conti con una drammatica riconversione economica promessa ma mai attuata.

fortificazioni

 4.    Aree protette

La legge 394/91, meglio conosciuta come legge quadro sulle aree protette, definisce gli obiettivi delle stesse, che qui riportiamo sinteticamente:
a) conservazione  di  specie  animali  o  vegetali (…),
b) applicazione di metodi di gestione o di restauro ambientale idonei a realizzare una integrazione tra uomo  e  ambiente  naturale,
c) promozione di attività di educazione, di formazione e di  ricerca scientifica (…),
d) difesa e ricostituzione degli equilibri idraulici e idrogeologici.

L’esperienza degli ultimi anni però insegna che, al di là degli obiettivi fondamentali enunciati dalla legge, le aree protette possono (e probabilmente devono) avere un ruolo di connessione con le comunità locali che non li facciano percepire come “calati dall’alto” come spesso purtroppo accade. Per fare questo, occorre che i parchi riescano in qualche modo a “fare economia”.

Qualche anno fa scrissi un articolo riguardante un progetto di riconversione energetica portato avanti dal Parco del Ticino nel quale sostenevo che i Parchi dovevano essere un luogo di sperimentazione. Di più, i parchi potrebbero essere un luogo in cui può essere fatta economia, basata per esempio sulla ricerca e sull’innovazione. In una realtà come quella di La Maddalena, un centro di ricerca internazionale sulla biodiversità, per fare un esempio, sarebbe una manna dal cielo, perché, attraverso corsi e workshop, potrebbe riattivare una filiera turistica attiva a oggi solo nel mese di agosto. Non è un obiettivo così irraggiungibile, visto che, per fare un esempio, una realtà isolana come Gaia Institute, creata da un privato senza il supporto di capitali pubblici, è riuscita negli ultimi anni a portare a La Maddalena un numero considerevole di studenti stranieri.

Un altro obiettivo raggiungibile è quello della tutela e promozione delle attività tradizionali, come quella dei maestri d’ascia. Probabilmente la tradizione marinaresca che è rimasta inalterata nel corso di due secoli, e che addirittura al giorno d’oggi ha avuto un grande rilancio grazie alla passione di molti giovani, è quella della vela latina. Favorire quindi la produzione di imbarcazioni da una parte ed eventi legati a manifestazioni di questo genere dall’altra, magari anche grazie a contributi specifici dell’Unione Europea, sarebbe un altro modo per coniugare la tutela della traduzione con la creazione di un’offerta turistica completa.

vela latina

  5.    Vie del mare

La connettività del territorio, per far sì che la Gallura diventi realmente un sistema turistico che lavora all’unisono, va fatta anche via mare. In questo modo si unirebbero siti con peculiarità diverse e si darebbe la possibilità ai visitatori di godere appieno dell’eccezionalità della costa gallurese.  Sono queste semplici idee, che però potrebbero servire, con un adeguato intervento del pubblico, a far sì che il nostro territorio possa realmente sostentarsi grazie ad attività legate alla valorizzazione dei propri paesaggi e della propria cultura.

Oggi che la sostenibilità è banalizza e usata come grimaldello per continuare fare quello che si è sempre fatto nelle nostre coste, con benefici relativi da parte della popolazione, riappropriarsi di questo concetto sarebbe già un primo, grande risultato.

Antonello Naseddu

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