Si è inaugurata a Venezia la 14ª Biennale di Architettura, edizione che presenta come novità principale la sua dilatazione temporale, sei mesi, come la sorella dedicata alle Arti Visive. Il Presidente della Fondazione, Paolo Baratta, vede in questa decisione la conformazione futura della Biennale di Venezia come “macchina dei desideri”, formula già testata con successo per la Mostra d’Arte, il cui ingranaggio ruota intorno alla necessità urgente di reinventare il modello tradizionale della mostra, grazie all’intervento di potenzialità critiche coadiuvanti ogni desiderio di conoscenza. Una concezione utopica ma programmaticamente possibile, la cui sfida sarà preservare il valore temporale dell’istituzione, mentre diventa laboratorio, con la finalità di rivoluzionare il formato, e  distanziarsi dalla mera esposizione di tendenze e celebrità.

Ingresso Padiglione Italia - Archimbuto, arch. Cino Zucchi

Ingresso Padiglione Italia – Archimbuto, arch. Cino Zucchi

Fundamentals è il titolo del progetto curato da Rem Koolhaas che con l’orchestrazione dei suoi desideri ha causato non poche perplessità fra la comunità delle archistar e non solo. Il suo leitmotiv “Architettura, no architetti” è ideazione compiuta. Perché una delle più famose archistar della postmodernità opta per una Biennale dove non compaiono né i paradigmi dell’architettura più recente né i colleghi di mestiere fra gli invitati? In conferenza stampa l’olandese scherzava dicendo che, fortunatamente, nessun progetto presentato cita Le Corbusier; il Leone d’Oro alla carriera lo ha voluto attribuire alla canadese Phillys Lambert che, nella sua traiettoria come curatrice e committente, è stata una “generatrice di architetti”. Il senso delle decisioni paradossali di Koolhaas sembra restino solo a lui, visto che l’unica premessa posta come condizione all’invito di Baratta fu il voler disporre di due anni per preparare la propria versione sui desideri dell’architettura nel 2014. E se non si tratta di una mostra sull’architettura contemporanea e neanche di una mostra di resistenza alla reinvenzione, cos’è Fundamentals?

Fundamentals diventa un percorso in cui l’architettura è, fondamentalmente, in procinto di essere. Koolhaas ci indica il cammino attraverso tre manifestazioni complementari – Absorbing ModernityElements of Architecture e Monditalia – che ricercano nel passato, presente e futuro della disciplina architettonica e che nella loro complessità sono prive di qualsiasi indirizzamento positivista verso soluzioni e conclusioni, promuovendo invece la dinamica paradossale della strategia e della polifonia.

Ogni passo è una riflessione sul passato attraverso cui ci si interroga sull’avvenire; Fundamentals è una rappresentazione umanistica ed enciclopedica creata sotto il segno della collettività, frutto della ricerca documentale sui contesti globali e in base a metaletture interpretative; una investigazione teorica sull’architettura che attraverso la molteplicità di media è a tratti visionaria, simbolica, performativa e ludica, dove non c’è spazio riservato né all’indifferenza né all’eccesso.

Padiglione della Repubblica Popolare Cinese

Padiglione della Repubblica Popolare Cinese

Ai curatori dei padiglioni nazionali, con ben 11 partecipazioni in più rispetto al 2012, Koolhaas propose una linea argomentale specifica: Absorbing Modernity 1914-2014; per i padiglioni che hanno adderito al tema, si trattava di riflettere, in primis, sull’ambiguità della modernità come “promessa e minaccia” (titolo del Padiglione della Francia) per mostrare gli atti critici di resistenza, innovazione o adozione che ogni architettura ha posto davanti alla tendenza universalizzante del modernismo. Un processo doloroso, dice Koolhaas, per il modo in cui le caratteristiche nazionali architettoniche e le specificità locali sono state cancellate a favore delle forme moderne e di un singolo repertorio di tipologie. Grazie a questo invito collettivo, lo spettatore riesce a visionare la mappatura di questa ferita aperta (in padiglioni come il Giappone, la Corea, la Russia o il Canada); a percepire come l’architettura serva a riscattare la storia (Cile, Santo Domingo); a come tenti di creare un’identità collettiva nel suo re-immaginare l’ambiente sociale (Svizzera, Olanda, Sudafrica) rinnovandone lo status e aprendola a collegamenti con altre scienze ed arti. Absorbing Modernity 1914-2014 è una autopsia dell’architettura di ogni paese che serve a guardarne la storia e a determinarne le cause del decesso, per tentarne una cura. Tra i padiglioni premiati, la Corea con il Leone d’Oro, e il Cile con il Leone d’Argento, i cui progetti esprimono l’influenza dei sistemi politici sull’architettura e sull’urbanistica, usati a loro volta come strumenti simbolici legati alle strategie del potere e alle controversie politiche e ideologiche generate sulla loro identità nazionale.

Nel Padiglione Centrale ai Giardini, Rem Koolhaas ci propone gli Elements of Architecture, una mostra-catalogo realizzata insieme alla Harvard University Graduate School of Design. Una wunderkammer in cui ogni sala ospita degli elementi costruttivi essenziali, integranti di ogni edificio, posti qui ad un esame esaustivo per capirne la genesi, lo sviluppo e il loro respiro nell’architettura del futuro: dalla parete all’ascensore, dalla finestra al balcone, dalla scala alla porta, ogni elemento viene raccontato da un architetto o studio di architettura. Apre la mostra il fantastico video di Davide Rapp, Elements, che li racconta grazie al mezzo cinematografico, isolando gli elementi architettonici presenti nei film e raggruppandoli poi con il montaggio, in una sequenza visiva non priva di certa inquietudine: grazie al mezzo digitale gli elementi dell’architettura non sono più muti.  Monditalia, la sezione sicuramente più rivoluzionaria, occupa le gigantesche Corderie dell’Arsenale; si presentano 41 casi di studio italiani sviluppati da architetti, fotografi, accademici e studiosi, accompagnati da 82 frammenti di film italiani (capolavori e sequenze meno note) proiettati su altrettanti schermi lungo le Corderie. Durante la mostra permanente si mixeranno i linguaggi della danza, della musica e del teatro, e si terranno dibattiti, seminari, proposte straordinarie dei padiglioni (il Free Port ideato da Koolhaas) e workshop. Monditalia diventa un “ritratto d’Italia” dove tutta la Penisola è simbolicamente avvolta, da sud a nord,  da un grande sipario stampato con una mappa antica; un macro evento work in progress, performativo e multidisciplinare, in forte rapporto con i media, in cui si riesce a sentire la tensione contemporanea fra lo spazio ed il tempo. Non a caso, è in questa sezione che vibra più fortemente il motore della “macchina” Biennale, in cui le molteplici posizioni e proposizioni alimentano la sinfonia dei desideri di vedere, conoscere e sapere. Né resistenza al passato né celebrazione del presente, la Biennale di Architettura di Venezia, polemiche di archistar a parte, ci offre un’opportunità per ripensare a quella architettura necessaria, essenziale e dignitosa, anche se è solo per visualizzarne un futuro precario. Si spera che su questo tentativo non si faccia tabula rasa.

Testo di Laura Cornejo, fotografie di Angela Colonna

Angela Colonna è fotografa professionista nel campo dell’architettura, paesaggio, eventi. All’attività professionale affianca ricerche artistiche esponendo in mostre personali e collettive, indagando attraverso la fotografia e le installazioni, luoghi e paesaggi, siano essi reali o legati alla memoria e al ricordo, luoghi intimi; le sue opere sono narrazioni in cui il tema del tempo è come una variabile insita in ogni progetto.

https://www.behance.net/angela_colonna

Laura Cornejo è dottoressa in Storia dell’Arte e ricercatrice in Teorie e Culture Contemporanee. Critica d’arte e curatrice indipendente, lavora tra l’Italia e la Spagna in progetti culturali e con artisti emergenti, avendo maturato diverse esperienze professionali nell’ambito dell’arte.

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