Alla fine è successo. E’ successo che dopo anni di annunci, indiscrezioni, smentite e conseguenti indignazioni e prese di posizione, l’isola di Budelli sia stata venduta per davvero. Leggendo la stampa locale e nazionale, sembra che questa notizia sia stata inserita nel faldone dei “patrimoni naturalistici svenduti”. Ci si interroga sul futuro dell’isola, si preme affinché diventi patrimonio pubblico, si alzano le barricate per evitare speculazioni o chissà quali interventi sull’isola.

Ecco, cosa ne sarà di Budelli ora che è stata venduta a un privato? La risposta potrebbe essere: assolutamente nulla.

Almeno, nulla di tutto quello che i molti oscuri presagi di questo periodo lasciano alla fantasia del cittadino indignato dalla notizia del paradiso terrestre venduto all’asta. Budelli è riconosciuta universalmente come patrimonio naturale e paesaggistico, e per questo motivo è vincolata a tutti i livelli, da quello sovra-nazionale a quello locale. Ricordiamo inoltre che l’isola non è un patrimonio dismesso dallo Stato, ma un bene che è passato dalle mani di un privato a un altro.

 Isola di Budelli - foto di Mauro Coppadoro

Contravvenendo per un attimo alla regola non scritta di parlare in questa rubrica a nome dell’Associazione e non a titolo personale, vorrei raccontare, in poche righe, quello che è successo a Budelli in questi ultimi dieci anni o poco più, avendolo vissuto in qualche modo in prima persona.

Credo fosse il 2000, quando io e l’arch. Cappelli venimmo contattati da una società che aveva intenzione di acquisire Budelli. Ci venne chiesto di elaborare un progetto organico che comprendesse tutta l’isola. Per me, laureando in architettura e già indirizzato all’architettura del paesaggio, (quando ancora si credeva che i paesaggisti disegnassero solo giardini) quella era un’occasione eccezionale. Elaborammo una serie di idee per un uso eco-compatibile dell’isola, che prevedeva il recupero dei manufatti esistenti e soprattutto il ripristino di una rete di percorsi che avrebbe reso fruibile l’intera isola ai visitatori.

Ipotizzammo, tra l’altro, l’istituzione di un evento internazionale che avrebbe dato modo ad artisti provenienti da tutto il mondo di intervenire direttamente sul territorio dell’isola, caratterizzandola e rendendola unica. Ipotizzammo il posizionamento di piccole piattaforme per concerti acustici non invasivi, e una serie di azioni che avevano come filo conduttore quello di fare di Budelli un piccolo laboratorio per il turismo sostenibile.

Obiettivo ambizioso, ma non irraggiungibile. La società sparì nel nulla entro breve tempo. Il progetto, con opportune modifiche, venne proposto alla società proprietaria, che si mostrò entusiasta. Non passò tanto tempo però da quando l’idea di progetto di riconversione dell’isola lasciò il passo, per volontà della proprietà a un ben più modesto progetto di ristrutturazione della casa che si affaccia sulla spiaggia rosa. Si passò repentinamente da discorsi sulla visibilità internazionale di Budelli a discorsi riguardanti i metri cubi utilizzabili, eventuali ampliamenti, numero di posti letto ecc.

Come se si trattasse di una qualsiasi villetta in periferia, come se quello non fosse un patrimonio unico. La ristrutturazione dell’abitazione, tra l’altro non è mai stata eseguita.

A questo punto è lecito porsi una domanda: perchè quella della vendita dell’isola di Budelli dovrebbe essere una notizia così destabilizzante, quando la nuova proprietà non solo pare difficile possa essere più miope della precedente, ma sembra avere tutte le caratteristiche per realizzare a Budelli tutto quello che di buono non si è fatto sino ad ora?

Probabilmente il Parco, piuttosto che premere per acquisire il bene, esercitando il diritto di prelazione sull’isola, dovrebbe una volta per tutte pianificare con i privati azioni di riconversione dell’isola, come parte organica del sistema-arcipelago.

Tutela e sviluppo economico, non ci si stancherà mai di dirlo, sono assolutamente compatibili, così come sono compatibili gestione pubblica e privata, così come possono coesistere benefici alla popolazione locale ed eventuali (e legittimi) benefici privati. Questo, dalle parti di mr. Harte lo sanno bene, e probabilmente sulla tutela dei beni natural hanno tanto da insegnarci. Piuttosto che pensare a fare battaglie che paiono sinceramente di facciata, si pensi davvero a una seria pianificazione del territorio dell’Arcipelago, che permetta una volta per tutte di risollevare la situazione sociale ed economica dell’isola mettendo a disposizione in modo intelligente le bellezze naturali dell’Arcipelago.

Ricordiamo che il Parco Nazionale, più di quindici anni dopo la sua istituzione, ancora non è dotato del Piano del Parco, strumento fondamentale per la gestione e la regolamentazione del territorio. Si pensi ancora al sovraffollamento delle isole minori durante i mesi estivi, ben al di sopra delle capacità di carico di questi fragili ecosistemi, da gestire attraverso una rigida regolamentazione degli accessi. Per una volta, piuttosto che alzare barricate, sarebbe utile definire degli obiettivi comuni e tentare di perseguirli in modo serio e credibile. In questo senso io, fossi nei panni di chi oggi gestisce il territorio dell’Arcipelago, accetterei volentieri consigli e nuovi stimoli provenienti dalla Nuova Zelanda.

Antonello Naseddu CO.A.ST