“…è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce” (Le mani sulla città. Francesco Rosi. 1963)

Mi sono chiesto quale potesse essere la miglior immagine per introdurre un argomento così vasto e le cui ragioni sociali ed ambientali sono tanto intricate e di non facile soluzione. Ho pensato poi che ogni qualvolta si introduca l’argomento del CONSUMO DEL SUOLO si faccia quasi inevitabilmente riferimento al film di Francesco Rosi del 1963. Gli anni 60 come periodo di boom economico, di inizio di un benessere economico diffuso; ma anni anche e soprattutto di boom e speculazione edilizia. Non mi soffermerò a lungo su quell’epoca non essendo il tema di questa rubrica ma credo che dobbiamo a quegli anni un’immagine che si è poi sedimentata nel bagaglio culturale ed iconico della nostra società. L’immagine di una città sana e florida associata ad una sua foto panoramica con all’orizzonte tante gru che espandono illimitatamente i suoi confini e che inevitabilmente continuano a consumare suolo come in preda ad un horror vacui.

In questa rubrica (la cui ispirazione nasce dal gruppo di studio “Città e Territorio” del Circolo Copernico di Cagliari di cui ho fatt parte) proverò a descrivere quali sono le reali dimensioni di questo fenomeno, analizzerò alcuni suoi importanti filoni ed infine vedremo quali sono e quali potrebbero essere alcune “buone pratiche” per concepire lo sviluppo di una città in maniera alternativa. Una città densa che riesca a guardarsi indietro ed all’interno del suo perimetro consolidato e possa porre rimedio alle troppe cicatrici che si è lasciata disegnare addosso.

Alcuni dati e definizioni.

Con l’espressione “consumo di suolo” si indicano processi di trasformazione di porzioni di territorio che comportano un’alterazione delle funzioni svolte naturalmente dal suolo e dal passaggio a condizioni artificiali di cui l’impermeabilizzazione (soil sealing) rappresenta l’ultimo stadio. Al contrario quando il suolo rimane una superficie naturale per sua stessa natura permetterà un drenaggio delle acque meteoriche, potrà produrre alimenti e biomasse ed assolverà all’importante funzione di creare spazi di relazione sociali migliori e più sicure per la qualità di vita e per il turismo. Il suolo è dunque un bene comune primario la cui risorsa è finita e non rinnovabile. Nel grafico qui sotto (fonte LINKIESTA: http://www.linkiesta.it/consumo-suolo) viene evidenziato come l’Italia al pari di molti altri paesi dell’Unione Europea, mediamente i più industrialmente sviluppati, abbia dei tassi di incremento delle aree cementificate ed artificiali nettamente superiori alla media UE. A fronte di un tasso di aree cementificate dell’UE di 4 punti percentuali l’Italia raddoppia quasi il valore attestandosi a 7.

Questi valori oltre la media, così come evidenzia un recente Dossier curato dal FAI insieme al WWF (TERRA RUBATA. Viaggio nell’Italia che scompare) non trovano riscontro in un altrettanto elevato fabbisogno abitativo e produttivo ma rispondono purtroppo in larga parte a logiche di speculazione e guadagno immobiliare e finanziari. Il risultato concreto si traduce dunque in una perdita di superfici idonee alla produzione alimentare. Un approccio improntato sulla sociologia urbana ci suggerisce che lo sviluppo tumultuoso ed improvviso dei nostri piccoli centri urbani della corona metropolitana dei nostri capoluoghi ha comportato delle ripercussioni spesso dannose: una trasformazione forzata e non graduale del tessuto storico urbano della città e soprattutto una riduzione demografica dei centri storici che spesso si spopolano del loro tessuto sociale storico, stratificato ed eterogeneo come conseguenza di una scarsa valorizzazione degli stessi da parte delle amministrazioni come fulcro urbano, culturale ed identitario. Come controaltare i centri più piccoli hanno subito una invasione delle fasce di popolazione “espulse” dal centro della città incrementando a dismisura la loro popolazione ed il loro territorio perdendo le proprie identità locali nella trasformazione dei centri storici. Le direttrici infrastrutturali esterne delle città inoltre hanno purtroppo creato ancora maggior disordine nelle zone artigianali ed industriali.

Quali gli effetti di questo fenomeno  su scala globale:

  • Espansione delle città: la popolazione urbana continua a crescere arrivando al 65% di quella complessiva e creando il fenomeno dello Sprawl: una “citta`infinita” che moltiplica gli interventi sul territorio anzichè condividerli come nei casi nei centri commerciali e lo sfruttamenti a fii turistici delle seconde case
  • Oneri di Urbanizzazione: grazie ai decreti “milleproroghe” fino al 50% degli oneri di urbanizzazione vengono impiegate dalle amministrazioni locali in deroga per le spese correnti. In carenza di altre risorse, ciò incentiva le amministrazioni locali a rendere edificabili parti sempre crescenti del proprio territorio al fine di avere entrate nuove e tempestive. A questo va aggiunto che con l’Accordo di Programma (L. 142/90) viene data priorità alle negoziazioni pubblico-privato anche in deroga agli standard urbanistici
  • Produzione di energia da fonti rinnovabili: sicuramente una delle sfacettature piu ambigue della tematica nella quale vanno bene soppesati i pro ed i contro di ciascuna operazione: i parchi eolici limitano la valenza paesaggistica di alcuni siti sebbene non pregiudichino la permeabilità del terreno ed il suo utilizzo agricolo, i parchi fotovoltaici a terra che implicano vero e proprio consumo di terreno agricolo e infine gli impianti di produzione da biomasse in rapida diffusione ma con un enorme ed intensivo consumo di suolo svuotandolo del suo potenziale agricolo ed alimentare
  • Entrando nel dettaglio del fenomeno italiano, riscontriamo come negli ultimi 20 anni si sia continuato a consumare suolo alla velocità di 75 ettari al giorno pari alla dimensione di 100 campi da calcio. Da questo dato e con questi ritmi si arriva facilmente a prevedere che nei prossimi 20 anni saranno convertiti in superficie edificata poco più di 600 mila ettari, pari ad un quadrato con lato di circa 80 Km. Più nel dettaglio ancora: il 20% dei comuni italiani ha il 10% del suo suolo urbanizzato. Di questi circa 500 comuni arrivano oltre il 25% e ancora, di questi 100 comuni oltre il 50%. La tendenza dunque alla concessione di nuove urbanizzazioni segue delle logiche economiche che spesso vanno in controtendenza rispetto ai fenomeni demografici degli ultimi decenni. Altro importante dato da analizzare è quello relativo alle superfici artificializzate (landuptake). Con questo termine vengono definite tutte quelle aree la cui superficie ha subito una trasformazione irreversibile di impermeabilizzazione. In Italia sono disponibili allo stato attuale 17,8 milioni di ettari di Superficie Agricola; di questi 12,7 milioni sono già utilizzati (SAU, Superficie Agricolo Utilizzata). Va considerato che di questi 12,7 milioni il 5%  (635mila ettari di territorio) saranno soggetti a fenomeni di consumo del suolo (soil sealing) e quindi subiranno una trasformazione irreversibile di impermeabilizzazione. Nell’intervallo di tempo tra il 1956 ed il 2001 l’incremento di aree artificializzate corrisponde al 500%. Questo dato risulta in contraddizione con i reali andamenti demografici. Tutto ciò è riconducibile non solo a fenomeni di speculazione edilizia ma anche ad altri fattori storici ed urbanistici quali un incremento di spazi di azione pro-capite maggiori secondo gli aggiornamenti degli standard urbanistici e la maggiore facilità e velocità di spostamento dei cittadini che ha imposto un forte incremento infrastrutturale ed una sua diffusione più capillare

    Ma il dato fondamentale per capire quale sia l’espressione geografica del fenomeno è dato dalle due seguenti mappe:

    L’indice DUI rappresenta l’Indice di incremento demo-urbano nei valori positivi del rapporto tra metri quadri di incremento di consumo del suolo ed incremento demografico. Da esso si può notare, per le regioni mappate dal dossier FAI-WWF, che il rapporto assume valori sempre maggiori in corrispondenza delle aree metropolitane e dei capoluoghi (Roma, Bari, Bologna e tutta la via Emilia) e le regioni a forte connotazione turistica (è il caso dei litorali sardi, romagnolo, laziali e pugliesi). Risulta però ancora più significativo l’indice DUC, ossia l’indice di contraddizione demo-urbana, nei valori negativi del rapporto tra metri quadri di incremento di consumo del suolo e decremento demografico. Da questa mappatura si evidenzia come l’indice assuma valori molto alti nelle zone meno popolate delle regioni mappate: in particolar modo nelle zone dell’interno Sardegna e nelle regioni apenniniche. Se ne deduce che la contraddizione tra utilizzo del suolo e decremento demografico è solo in parte giustificabile con la costruzione di seconde case a fini turistici e più ad una logica speculativa edilizia slegata dalle reali necessità e richieste della popolazione.

    Come vedremo nei prossimi appuntamenti, la Sardegna nel confronto tra le diverse regioni italiane, si trova ancora in una situazione di scarsa percentuale di superficie artificializzata e con un conseguente valore di permessi di costruire per nuove costruzioni ancora relativamente basso. Questi valori sono di certo dovuti alla scarsa popolosità dell’isola e ad un’economia non competitiva con altre regioni. Ciò non toglie però che siano già presenti nel territorio regionale diverse aree in cui il fenomeno inizia ad delinearsi con dimensioni più allarmanti, tra tutti il caso della seconda fascia di centri urbani nella corona metropolitana di Cagliari soggetti già da diversi anni a fenomeni di sprawl e di un’accelerazione dell’incremento demografico preoccupante. Come vedremo però ciò che più compromette un miglior utilizzo del suolo in Sardegna è dovuto ad un utilizzo di poca prospettiva degli strumenti urbanistici e alla nuova linea interpretativa del Piano Paesaggistico Regionale.

    Per concludere questo primo capitolo della rubrica credo però sia giusto sottolineare un ultimo dato relativo alle dimensioni sociali che può avere qualsiasi intervento che attenga al mondo dell’ediliza e delle costruzioni: il settore ha da sempre rappresentato un vettore fondamentale di sviluppo economico ed occupazionale. Un mondo che ha da sempre la responsabilità del sostentamento di tante famiglie in Italia, 2 milioni di persone sono occupate nell’edilizia e tenendo conto dell’enorme indotto che esso genera si può calcolare che circa il 15% della popolazione attiva è direttamente collegato ad esso. Nella sola Sardegna le imprese attive nell’edilizia sono più di 24 mila con un totale occupati che si aggira attorno alle 50mila unità. Qualsiasi strategia politica e di rilancio dell’economia dovrà tenere conto dei dati in gioco verso una visione coordinata delle politiche di gestione del territorio e di recupero del patrimonio edilizio esistente.