Il primo numero di questa rubrica non poteva che essere dedicato ad una riflessione che prende spunto da “Stampaxi+”, il progetto che di fatto ha consolidato il mio rapporto con il collettivo Sardarch. All’inizio del 2012 mi è stato affidato l’incarico di realizzare una serie di fotografie sul quartiere cagliaritano di Stampace, con l’obiettivo di dare corpo alle Urban Views, ovvero una mappatura dell’urbs. A queste fotografie si sarebbero poi affiancate quelle della civitas, raccolte nella serie Urban Actoris e realizzate da Fabio Costantino Macis. Accettai ovviamente di buon grado, colpito dalla pluralità di aspetti che il progetto voleva cogliere e felice di calarmi nella parte dell’ ”occhio armato dell’urbanista”.
Sono cambiati i tempi rispetto agli “anni d’oro” delle committenze pubbliche, anni in cui in Italia a partire dalla metà degli anni Ottanta sino ai primi anni del Duemila si susseguì una serie di progetti sviluppati e sostenuti dalle amministrazioni pubbliche con l’intento di volgere l’attenzione su particolari porzioni di paesaggio attraverso lo sguardo attento e rivelatore dei fotografi.
Due decenni abbondanti quindi in cui si tracciò un solco di esperienze che partì da “Viaggio in Italia” (progetto citato per la sua fondamentale importanza nel ridefinire i temi e le ricerche della fotografia italiana anche se frutto dell’iniziativa dell’instancabile Ghirri e non di un committente pubblico), passò attraverso le “tante piccole DATAR”1 sparse a macchia di leopardo su tutto il territorio italiano e si concluse con Atlante Italiano007. E’ lungo questa traiettoria che si possono leggere i cambiamenti avvenuti nei metodi di lavoro tra committenza pubblica e fotografi: dagli anni Ottanta ai primi anni Duemila si passò da un’idea di lettura del territorio compiuta da autori (sono gli anni in cui si affermarono Luigi Ghirri, Guido Guidi, Giovanni Chiaramonte, Gabriele Basilico, solo per citare i più noti) a un’idea di fotografia intesa come progetto concordato tra committente e fotografo, per arrivare a un’idea di totale libertà del fotografo che vede nella committenza pubblica un ambito di approfondimento di ricerche personali.

Oggi i tempi sono altri, non necessariamente più cupi: la committenza pubblica è venuta a mancare e la sua spinta propulsiva è sostituita da quella dei progetti autocommissionati dei team multidisciplinari in cui architetti, urbanisti, sociologi, fotografi e altri professionisti lavorano a stretto contatto per interpretare al meglio i fenomeni sempre più complessi che interessano i luoghi posti sotto la lente di ingrandimento; gruppi di lavoro in cui è viva la consapevolezza della difficoltà di un sostegno economico da parte delle istituzioni ma in cui lo è altrettanto, se non in maggior misura, la necessità di dover intervenire e porsi delle domande sulla realtà in cui si vive.

“Che utilità hanno le fotografie che ho realizzato?”2 si chiedeva Paolo Monti, fotografo noto per le campagne che portò avanti tra il 1968 e il 1971 sul centro storico delle città e sul paesaggio appenninico, promosse e finanziate dalla Provincia di Bologna. E’ lo stesso fotografo novarese a spiegare che “immagini fotografiche di questo tipo sono utilissime per gli studi su come cambiare la città, leggendo in esse una storia”3.
Ecco, forse a distanza di trentacinque anni da quelle parole le risposte particolari possono essere mutate profondamente, ma non quelle generali, sostenendo ancora una volta l’importanza del documento fotografico a supporto della comprensione delle nostre città e delle loro dinamiche e ricordando che dalle fotografie il più delle volte non otterremo risposte, ma nuove domande che in qualche misura ci aiuteranno a focalizzare con più precisione alcune questioni.

testi e fotografie ©stefano ferrando


1. Cfr. R. Valtorta, Fotografia e committenza pubblica, in Casabella 560, 1989
2. Cfr P. Monti, Intervista di Angelo Schwarz, in F. Bertolini, Paolo Monti. Scritti scelti. 1953-1983, I.S.S.F., 2006,
pp. 84-87