Riproponiamo una riflessione di Mauro Soddu sulla sessantacinquesima edizione della Fiera internazionale della Sardegna. Nella speranza che possa servire da spunto per aprire un dibattito costruttivo sul futuro della Fiera della Sardegna e sull’utilizzo dei suoi spazi. Buona lettura

Non fiero della fiera della Sardegna.

Il tempo si è fermato. In Sardegna. O la fiera della Sardegna, sessantacinquesima, è uno specchio rotto e deformante che non riflette l’ambizione (tanto celebrata) al cambiamento o, ahinoi, la realtà sono le rughe. Riflettiamo noi allora in sua vece.

Sabato di maggio, rientro del Santo (ci salvi dalla naftalina), e ritorno mio alla fiera, dopo anni. Leggo nel sito della camera di commercio (vi allego 2 link per correttezza http://www.fieradellasardegna.it/news.php?id_cat=8&id_news=204 e http://www.fieradellasardegna.it/eventi.php?id_evento=4) che troverò “un’offerta ricca di innovazioni, in grado di favorire opportunità di business”. La prima offerta al mio ingresso me la rivolgono due signorine, in rosso sangue con una virgola disegnata sul cappellino, della Vodafone: “torna in Vodafone”, dicono. Hanno la coda di paglia le signorine Vodafone, ma in questa stalla, “all’asino sardo, lo fregate una volta sola”, come si dice da noi.

“Si propone un’esposizione capace di orientare e soddisfare le esigenze del pubblico, sempre più curioso, attento e alla ricerca di prodotti e servizi innovativi”. La gente è rada e nessuno sa dove andare. Qualcuno arriva dai paesi limitrofi ed è spaesato due volte. Mi dice un espositore che d’altronde i libretti guida sono arrivati adesso. “Ma se la fiera è aperta da 8 giorni?” ragiono io;  “e, lo so, ma sono arrivati adesso” puntualizza sollevando le spalle lui. Disorganizzazione. Si percepisce questo alla fiera. Un sapore amaro di disorganizzazione. E l’odore. L’odore di pelle per cinti, misto a zucchero a velo, misto a formaggi, misto all’olio dei giochi, che mi evoca i dejavù fieristici di quando ero bambino e la visitavo con la famiglia. Ma per attivare la sinapsi cerebrale non serve odorare: basta aprire gli occhi e non sforzarsi tanto.

In “una Fiera (con la F maiuscola) che ha saputo recepire le innovazioni tecnologiche proposte dal mercato internazionale”, regnano in primis, indiscussi da vent’anni , i venditori non sardi di prodotti legati alla casa/cucina. Quelli senza stand. Che stanno fuori, col microfonino ancorato all’orecchio, e cercano di piazzare la padella antiaderente (un toscano), un tappeto da bagno che asciuga il doppio (romana), un panno che pulisce i vetri come mai nessun panno ha fatto (siculo), un aggeggio che si avvita al limone e ne trattiene il succo (napoletano) e un affare che trasforma le patate in stelle filanti (è in omaggio con un pelapatate che costa solo 10 euro. 15 con 2 lame in più).  Quest’ultimo sono rimasto a guardarlo pensando chi l’avesse invitato. Chiedendomi chi seleziona i venditori. Chiedendomi come mai alla fiera della Sardegna abbiamo ancora questo “commercio”, che, non vogliatemene, a me suona meglio come “imbroglio”. Non lo ascoltavo mentre con nonchalances faceva la mise alla patata perché tanto per ciascun prodotto potrei ripetervi perfettamente il monologo. Monologo sì (e menomale), visto il disinteresse del pochissimo pubblico.

“10 i padiglioni aperti per la Campionaria, per un totale di superficie espositiva occupata pari a oltre 24.600 metri quadri, più altri 10.000 metri quadri del piazzale.” I padiglioni sì che sono aperti ma sono vuoti per metà e sono suddivisi senza criterio: lucette tra i salumi, collanine tra i mobili, agenzie tra i vestiti, tappeti tra le olive. Provate a salire al primo piano del padiglione arredamento. Vuoto. Accessibile al pubblico ma totalmente vuoto. Non che al piano terra ci sia qualcosa di nuovo da segnare sul taccuino: madie in noce con gallinelle intarsiate, sedute in legno e paglia verniciate di rosa, tappeti persiani , tavoli in legno brunito con disegni di soli. Siamo soli. In un universo che avanza siamo ancora legati esclusivamente agli arredi dei nostri avi. La vita è cambiata falegnami e produttori conterranei, non abbiamo più le camere di un tempo, non abbiamo più le case di un tempo, e non abbiamo più le necessità di quel tempo ; abbiamo invece nuovi materiali e potenzialità e esigenze; perché io non ho assolutamente niente contro la tradizione (che vedo come un trampolino di lancio per un oggi e un domani diverso) ma ho tantissimo contro la stupida e pedissequa riproduzione di standard antichi. Perché vogliamo ancora controllare il tempo (che si è fermato in Sardegna) con le meridiane, quando gli orologi sono più efficienti e comodi e funzionali e competitivi?

Penso al “sarà una Fiera Campionaria orientata al futuro” che ho letto qualche ora prima di perdermi tra i palloncini dei teletubbies gonfiati a elio, i cestini in vimini di due signori che fanno la siesta sull’erba, gli arredi da giardino a forma di leoni , le fontanelle baroccheggianti, le magliette su cui puoi stampare la tua faccia, i gazebo in legno, i fiori… mi gira la testa. Come quando sali sui giochi della fiera. Quest’anno ce n’è uno che oscilla vertiginosamente e fa urlare di gioia/paura i ragazzi masochisti. “Per la prima volta a Cagliari” dice un mangiafuoco smilzo. Probabilmente è vero: di quel colore non l’avevo mai visto. Intanto un giovinotto in canottiera sferra un pugno a un pallone rosso che testa il suo livello muscolare: “che machooooo” afferma sorpresa una sexy voce robotica femminile. Non sappiamo guardare in faccia la realtà noi Dorian Gray sardi. Vogliamo autoconvincerci di essere competitivi e giovani quando un qualunque turista (e non per colpa dei buoi che seguono il Santo) che viene a visitare questa fiera sorride facendo un salto nel passato.

Ho saltato il pranzo io piuttosto per visitare la fiera. E intraprendo quindi “un percorso di assaggi e degustazioni dedicato ai prodotti enogastronomici sardi e nazionali”. Sulla cui qualità e gusti non disputandum est. Ma è tutto caro. Tranci di pizza a 4,50 €, pizzette sfoglia extralarge (novità!) a 2,50 €, panini a 5 €, caramelle a peso d’oro. Percorro la serpentina degustazioni in tre minuti, guardando i prezzi scritti a pennarello e mostrando una faccia da “porca miseria”. Uno in grembiule mi propone “facciamo un panino?”. “E fatevelo” penso io ma sorrido con un “no, grazie”.

Ma un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno (diceva Hermann Hesse). E tra le vetustà sparpagliate c’è qualcosa di interessante. Perché io sono più che convinto che le idee e le innovazioni non ci manchino, che ci sia voglia di emergere, e le capacità per farlo. Mi chiedo perché allora alla Fiera Internazionale della Sardegna (che magnifico ossimoro nel titolo) non ci sia voglia di mostrare il nostro lato competitivo e nuovo. Ho posto la stessa domanda a un ragazzo che lavora per l’organizzazione. (Ha i libretti ritardatari in mano, un berretto arancione e il suo nome scritto sul petto). Mi sorride. Dice che costerebbe troppo. Che chi sta sopra di lui dovrebbe impegnarsi davvero. Dovrebbe selezionare, invitare, scremare, colloquiare, verificare, organizzare… insomma, in una parola sola, lavorare.

E così, mentre il Santo ci volta le spalle e torna a casa, a noi rimane la merda dei cavalli.

Mauro Soddu