"Architettura Assassinata" di Aldo Rossi

In principio era il primo anno, e l’architettura ancora solo una parola vuota.

Alla fine sarà il sesto anno (nel più roseo degli scenari) e una valigia piena di esperienza: Autocad, Archicad, Photoshop, 3DS, Rhino. Impressioni, suggestioni, attitudini, riferimenti.

Sul finire de IV anno, da studente mi guardo indietro e intorno chiedendomi dove sia, l’architettura. Indietro, perplesso per l’evoluzione del corso di studi; intorno, nella speranza di incrociare sguardi appassionati tra l’esercito di grafici ed esperti di programmi. Nel primo caso mi trovo a setacciare i miei precedenti anni di studi in modo trasversale, ottenendo alla domanda “in che occasione si è davvero affrontata l’architettura?” una risposta anoressica di esempi: uno o due corsi di progettazione e i tre di storia rappresentano la fetta più grande di una torta molto piccola. Ad essi si aggiungono sporadici momenti sparpagliati tra lezioni e conferenze. Il resto è silenzio.

L’inquietudine comincia di pari passo con la contaminazione. E cioè: quando alle tue stesse revisioni e ai tuoi stessi esami partecipano studenti provenienti da altri luoghi, altre realtà universitarie. E vedi una freschezza che per un attimo si sostituisce alla ricetta con cui ti hanno assuefatto da quattro anni: quel minestrone fatto di cad, photoshop e concetti triti e ritriti. Magari ti avvicini a chiacchierare, magari per vedere, ma comunque incuriosito da quella diversità. Capisci quindi di esserti imbattuto in un vortice di appunti, disegni (a mano libera, si intende) idee, flessibilità mentale, metodi a te estranei.

Questo è solo uno dei tanti inizi. Poi arriva internet, lo strumento più immediato, per andare subito a constatare e a verificare i primi dubbi. Dopo, arrivano le letture. Il paragone con il film The Island ormai non è più solo una battuta; l’analogia tra due situazioni è sempre più evidente.

Incontri, letture, pensieri. Così, ora demiurgo d’idee ora vedetta di nuovi orizzonti, le domande e gli stimoli non si contano ormai più e un’unica, ingombrante e insistente domanda martella la tua coscienza: ma dov’è l’architettura nel nostro dipartimento?

Troppo spesso mi è parso che si faccia passare per conferenza o seminario una sequenza più o meno scontata (quando non casuale) di immagini sul power-point. Troppo spesso ho visto l’imbarazzo di quando non dico si scenda a fondo, ma appena i primi tre gradini della speculazione teorica e/o progettuale. La conoscenza della Storia è un accessorio, il disegno a mano un dono che hai o non hai (vederlo anche come l’esito di un esercizio costante è eresia). Ma se la maggior parte tra gli studenti sono i primi a lavarsi la coscienza in questo modo, che fa l’istituzione per educare il gusto e la coscienza nei confronti di questi strumenti del mestiere?

“Imparare facendo”: ecco come un motto carico di significato è invece ormai decaduto, diventando un segno evidente della non curanza verso la disciplina che da il nome al dipartimento: Architettura.

Nemmeno i professori di progettazione si sorprendono più ormai. Ma soprattutto, dove sono i professori di progettazione?

Articolo di Riccardo Onnis, Redazione Arkimastria