Sardarch avvia una riflessione sulla condizione delle facoltà di architettura italiane, che prende spunto dall’articolo di Rossella Ferorelli, pubblicato su Domus “Italia, un’indagine sull’accademia”.

Ecco le risposte del  Prof. Vincenzo Alessandro Legnante, presidente della Scuola di Architettura di Firenze, alla breve intervista che abbiamo proposto a tutti i presidi delle facoltà di architettura italiane.

Vincenzo Legnante

1) In rapporto alla crisi e alla triste realtà lavorativa a cui i futuri architetti andranno incontro una volta terminati gli studi, cosa significa oggi insegnare architettura in Italia? Crede che sia cambiato il ruolo dell’architetto e di conseguenza dell’insegnamento dell’architettura?

Le ex Facoltà di Architettura, oggi Scuole di Architettura, raccolgono almeno tre orientamenti culturali, con metodologie e percorsi formativi in ambiti professionali diversi: quello dell’architettura e della costruzione nelle sue varie declinazioni, quello della scala urbana e territoriale e quello del design. Questa articolazione è la forma più recente della struttura dell’offerta universitaria, che nel 2001 ha aggiornato l’unico percorso di studi (Laurea quinquennale in Architettura) in tre direzioni, ulteriormente distinte per ambiti culturali, per insegnamenti e realtà professionali abbastanza diverse. Queste articolazioni sono, nel caso di Firenze, otto Corsi di Laurea su due livelli (3 lauree triennali e 4 lauree magistrali -modello 3+2- oltre alla quinquennale in Architettura a ciclo unico). I piani di studio sono differenziati e gli sbocchi professionali diversi.

Quindi la domanda trova la prima risposta nella distinzione tra i laureati delle Scuole di architettura che faranno lavori diversi perché quando avranno finito il ciclo di studi sono preparati per affrontare uno dei tre settori professionali indicati. Beninteso sono tutte professioni del progetto, però diverse per ambito, per scala d’intervento, per strumenti professionali, per riferimenti culturali, per base scientifica, per ordinamenti professionali, per committenza di riferimento, per modalità di svolgimento della professione, per peso sociale di intervento e altre precisazioni. Semplificando mi pare che la domanda si riferisca alla situazione della Laurea in Architettura e dei suoi effetti. In questo caso la laurea di tipo generalista, cioè un solo Piano di Studi quinquennale, consente di operare con un bagaglio culturale e strumentale equivalente alle ex Facoltà di Architettura.

Probabilmente le statistiche riportate nell’articolo su Domus sono molto condizionate dall’assetto precedente alla riforma (Laurea in Architettura ciclo unico omnicomprensiva) e non all’assetto diversificato di cui sopra. L’offerta si specializza ulteriormente con i Master professionalizzanti, il terzo livello della formazione, che orientano il futuro professionista verso un ambito professionale ben definito e per il quale ha maturato esperienze tali da consentirgli la competizione anche nel mercato internazionale delle professioni. In questo quadro vanno letti i dati e credo che la lettura deve considerare questa novità, che ancora non emerge nei suoi effetti in ragione della viscosità dell’assetto precedente. Tuttavia, anche se i dati sono aggregati e la nuova configurazione ancora non traspare del tutto dalle analisi, la questione del numero di architetti è reale ed è da affrontare seriamente. Nell’articolazione e qualificazione della formazione si può già trovare qualche risposta utile. Ma non è sufficiente se non si mette mano alla seria revisione degli accessi ai corsi di studio in Architettura e soprattutto alla struttura della formazione. L’ultima parte della domanda, sull’insegnamento dell’architettura, ha una risposta precisa.

La progettazione architettonica non è una materia si insegna per grandi numeri, a distanza, da lontano, a parole, con la voce e basta. Richiede corsi-atelier di lavoro, affiancamento tra esperienze, dove si riversano sia i contenuti e le conoscenze dei docenti, ma soprattutto si elaborano le idee, si generano i concetti, si analizzano e si sviluppano pensieri complessi. Si tratta di modelli formativi delicatissimi, perché educare al progetto non è uno schema semplificato che genera sempre risultati prevedibili. Le differenze tra una buona e una cattiva architettura, a parità di volume costruito e di superficie occupata, sono rilevantissime e gli effetti di una cattiva architettura sono un danno enorme, che difficilmente si può cancellare con un tasto dopo averla costruita. In questo modo, con rapporti docenti/studenti ragionevoli, crescerà enormemente la qualità dei laureati. Nel loro interesse e nell’interesse di tutta la società. Non solo questione di numeri, ma in questo caso come in molti altri la quantità determina la qualità.

2) I numeri parlano chiaro: 24 architetti ogni 10mila abitanti in Italia per un totale di 145.000 professionisti, contro i 50mila della Spagna e i 32900 del Regno Unito. In base a questi numeri e considerazioni quale è la sua visione per il futuro delle facoltà di architettura in italia?

Integro questi numeri con altri che riguardano l’investimento in ricerca e formazione universitaria che si fa in Italia rispetto agli altri paesi europei. In Italia ogni cittadino italiano investe nell’Università e ricerca nel 2013 €109, mentre investiva €130 nel 2008. In Germania o Francia l’investimento di ogni cittadino è 3 volte superiore. Quando si parla di numeri dobbiamo guardarli tutti. Questi dati esprimono sia quanto la società italiana consideri e si avvalga della ricerca e della formazione, sia quanto il sistema università sia efficiente dato che il livello finale della preparazione è buono e gli studenti se ne avvalgono sul mercato del lavoro europeo. Comunque, in specifico per gli architetti, questi dati parlano chiaro. Se almeno la quantità di architetti fosse una garanzia sufficiente per qualificare il patrimonio edilizio del nostro paese, cioè costruire meglio, gestire meglio il patrimonio esistente, fare cose migliori, o almeno più belle, governare ordinatamente il territorio senza comprometterne l’uso, gestire al meglio le risorse disponibili, naturali ed economiche, ..i conti potrebbero anche tornare. Temo invece che il gran numero di architetti non sia stato determinante per la qualità delle nostre città. Un’indagine condotta a metà degli anni novanta per conoscere come fosse distribuito il numero di pratiche presentate per l’approvazione in un arco temporale di un anno in una importante città medio grande del nord Italia evidenziava che su 100 pratiche presentate alla Commissione edilizia meno dell’8% erano firmate da architetti, il 4% circa da ingegneri e il restante da tecnici geometri e periti edili. Potrebbe essere interessante riprovare e verificare con dati al 2013, estendendo l’analisi a un campione più esteso e a informazioni più dettagliate. Ci darebbe almeno gli elementi basici per una sintesi sulla condizione professionale.

Ma questa osservazione non modifica il problema. Sono numeri da correggere e soprattutto qualificare. La competizione si gioca alla scala internazionale. A quel livello bisogna competere con i laureati di altri paesi e di altre scuole. Anche se le nostre condizioni di lavoro e le strutture per la ricerca sono insufficienti, soprattutto per la parte di tecnologie, di laboratori e di sedi, i nostri laureati spendono bene all’estero la loro preparazione. In questo caso i frutti del nostro lavoro li raccolgono gli altri. Ciononostante il sistema di formazione dell’area dell’architettura italiana e fiorentina è capace di attrarre fuori dei confini regionali e nazionali dal versante in entrata e dal versante in uscita ci viene riconosciuta la buona preparazione dei nostri laureati che lavorano all’estero. Qualcosa di buono sanno fare, sono tanti ma tanti di loro sono anche molto bravi. Purtroppo la qualità dell’insegnamento in questo tipo di discipline per ora non riesce a livellare su un livello medio alto generalizzato, quanto piuttosto riesce a fare emergere con successo le qualità personali, senza avere molti strumenti utili nelle situazioni meno fortunate. Dovremo lavorare in questa direzione per alzare quel livello di base con formule adeguate a valorizzare lo studio, la diligenza, l’impegno degli studenti. Soprattutto i bravi docenti possono sempre compensare qualunque difficoltà. Purché ve ne siano le condizioni.

3) “L’incapacità tutta italiana di connettere la ricerca alla pratica progettuale, al di là di qualche elegante formula sintattica. In quale caso abbiamo visto l’accademia incidere come un cuneo di avanguardia nellequestioni salienti della città negli ultimi 30 anni? Quale istituto è stato in grado di canalizzare l’enorme capitale intellettuale giovanile che possiede nella produzione di nuovi protocolli spaziali? Se pure sono esistiti laboratori e sperimentazioni interessanti, qual è stato il loro peso a livello nazionale, e quali i risultati al di fuori delle mura dell’accademia?”

Dipende da cosa la domanda intende per ricerca accademica. E dipende dalle articolazioni e dagli ambiti di interesse scientifico. Per chi ha interesse verso la disciplina la parte più visibile del lavoro dell’architetto è, ovviamente, il risultato del suo lavoro, cioè la forma manifesta, in una parola il progetto architettonico. Ma è altrettanto noto che, preliminari al “progetto architettonico”, sono l’uso delle conoscenze che a quel progetto concorrono: conoscenze di tutti i tipi che fanno riferimento alla base scientifica, tecnologica, storico critica, progettuale, umanistica,… Chiarito questo provo a rispondere alla domanda in dettaglio: la ricerca accademica nel settore del progetto architettonico forse ha inciso poco, anche se la definizione di “protocolli spaziali” non è sufficientemente chiara. In molti settori che concorrono al progetto la ricerca universitaria ha inciso moltissimo, anche in maniera determinante. Qualche esempio: nell’ambito degli studi e delle tecnologie per la sostenibilità o della tecnologia delle costruzioni ha inciso molto, con una pubblicistica seria e determinante sulla realtà, molto spesso attuativa e con carattere manualistico. Altrettanto incisiva è stata l’azione della ricerca universitaria per la revisione di tutti gli strumenti normativi in chiave ambientalista. Conseguente a questi studi è stata la spinta per l’evoluzione tecnologica dei prodotti per costruire, delle tecnologie e dei materiali. Molta dell’attuale produzione edilizia è stata determinata da collaborazioni intense tra università e aziende produttrici, e gli stessi linguaggi della comunicazione commerciale sono stati pervasi da terminologie e metodologie generate ed elaborate nelle università. Nell’approccio evoluto alle strutture i programmi di simulazione e verifica, sviluppati anche dalla ricerca universitaria, hanno dato un importante contributo per l’evoluzione dei linguaggi formali. Altrettanto determinante l’elaborazione delle metodologie del restauro che sono nate e sviluppate soprattutto nelle università. Molta ricerca universitaria sul tema della città e del paesaggio è stata sviluppata nelle Facoltà di architettura ed è stata riversata nelle politiche del territorio e nelle modalità di rigenerazione urbana. Sono stati poco appariscenti, ma indispensabili, tutti gli studi sul concetto e sulle metodologie di recupero del patrimonio edilizio, degli interventi sui centri storici, cresciuti e sviluppati a livello di eccellenza internazionale. Dalla ricerca universitaria sono state generate le modalità d’intervento negli spazi urbani, anche alla scala di arredo urbano. Una utilissima lettura al riguardo, per togliersi ogni dubbio, è l’elenco dei titoli delle Tesi di Dottorato di Ricerca, a partire dai primi anni ottanta, giusto trenta anni fa . Vi troveremo, con anticipo di qualche anno, tutti i temi che poi si manifesteranno nella realtà. Il “cuneo” a cui la domanda fa riferimento sta proprio in questa produzione di conoscenza che il lavoro dell’università consente. In alcuni settori si tratta di un lavoro più oscuro e questo travaso non è cosi percepibile. Nel caso della progettazione architettonica è invece molto più visibile. Con opinione condivisa si considera la ricerca come processo di produzione di conoscenza, cioè l’apertura di corridoi di indagine che esplorano ambiti, problematiche, settori non ancora del tutto noti, con lo scopo di conoscere e di mettere a disposizione della collettività quella conoscenza. La domanda chiede se la ricerca prodotta nelle università si sia riversata automaticamente nella pratica professionale. Dipende di quali esperienze professionali si parla. Se si parla di “protocolli spaziali” le più visibili innovazioni negli ultimi 30 anni più che nelle accademie sono nate nel giro dei grandi studi internazionali che fanno tendenza. Il sistema moltiplicatore che fa interagire la grande committenza, il nome del progettista e la risonanza mediatica che all’opera (o al progettista) è riservata determinano il valore assoluto della rilevanza dell’architettura. Con lo stesso meccanismo comunicativo in uso di questi tempi per cui anche una cattiva architettura, se ha una grande comunicazione, diventa una architettura interessante di cui parlare e discutere. Avrà più fama di un’altra, meno vistosa ma migliore, che non sarà sovraesposta nel circuito della comunicazione. A questa analisi, che forza gli estremi del problema, sono riconducibili molti interventi progettati e costruiti in questi ultimi trenta anni. Ciò non ha impedito alle figure di valore, sia che operano dall’interno dell’università sia che ne partecipano all’elaborazione culturale, di potersi esprimere con proposte riversate nella pratica professionale. Chi ha avuto qualcosa di buono da dire e da fare, con maggiore o minore difficoltà, lo ha potuto dimostrare. Uno dei compiti più delicati delle scuole, oltre quello di base della formazione al progetto, credo sia proprio quello di creare le condizioni migliori perché l’individualità sia coltivata e sostenuta nella fase cruciale dell’affacciarsi alla professione. Sono praticate al riguardo sempre più frequentemente sia formule didattiche basate sulla partecipazione a concorsi o workshop di progetto con focus tematico su situazioni reali. Questo tipo di partecipazioni dirette alla realtà reale rappresentano positivamente il concetto di accademia come luogo di elaborazione culturale. Quando la partecipazione è indiretta allora sono state necessarie formule più aperte per relazionare le professionalità disponibili alle aree di operatività. Per esempio l’istituto del concorso di progettazione, esercitato con formule trasparenti e qualificate, è uno dei modi che ha consentito la partecipazione allargata e quindi la messa in gioco di nuovi progettisti di valore. In generale le attese verso un’architettura di qualità dipendono molto dalla qualità della committenza, dalle sue volontà, dai suoi metodi e dai suoi comportamenti. La qualità della committenza genera buona o cattiva architettura. I casi migliori sono più rari ma non del tutto assenti. Credo si possa anche ricordare che la struttura della committenza non è più quella delle grandi sperimentazioni degli anni a cavallo tra i 50 e i 90. In quegli anni di grande espansione ogni insediamento IACP, o il piano di intervento su un comparto importante di una qualsiasi città o la costruzione di un grande edificio rappresentativo, pubblico o privato, era un fatto culturale in senso pieno, con relativo tormento, dibattito, partecipazione, interesse delle riviste e presentazioni dei progettisti. Pareri e contropareri, schieramenti, comunque un fatto culturale. Il fattore economico era non proprio in secondo piano, ma meno esplicito. Qualcosa oggi è cambiato.

Le facoltà dovrebbero essere dei centri generatori di ricerca e innovazione, motori propulsori per lo sviluppo economico di un paese. In che modo la ricerca nel campo dell’architettura può offrire reali benefici al mestiere e all’Italia?

Prima di tutto bisogna mettere l’università in condizioni di lavorare. Avere strutture e persone, con frequente ricambio e selezionando tra i migliori, in grado di interagire prima di tutto con il territorio di riferimento e con il mondo. Nella nostra Scuola il 65% degli iscritti proviene dal territorio regionale e il 35% da altre regioni e altri paesi contro un 78% e 22% dell’intero ateneo. Ovviamente in città come Firenze, e in questa regione, la Toscana, la dimensione storica e il patrimonio architettonico e artistico rendono il passato molto presente. La consuetudine e la frequentazione con la storia è un tratto distintivo della formazione e della ricerca. La ricerca universitaria ha spesso come temi di lavoro e di elaborazione pezzi di questo territorio. In questi casi, visto il contesto di riferimento, è ben difficile pensare il progetto di architettura con la disinvoltura formale praticata in tante scuole del mondo. Qui la stratificazione di cultura è tale che è impossibile per un gruppo di lavoro che opera su questi territori non tenerne conto. Più che la ricerca di originalità o il virtuosismo formale nella Scuola di Firenze si privilegia la qualità del pensiero e la costruzione di un sistema di pensieri congruenti, equilibrati e meditati. Si tratta di un approccio più complesso e certamente più problematico, ovviamente progettuale, ma che adotta come criterio guida l’equilibrio come cultura della misura e del valore dei significati. È un pensiero orientato al progetto senza eluderne i necessari riferimenti temporali e congruente alle matrici storiche e agli appropriati riferimenti spaziali. La cultura sottesa a un pensiero profondo richiede che l’architetto che si occupa di architettura, per tornare alla distinzione fatta nella prima domanda, sia realmente un soggetto pienamente consapevole delle responsabilità che ha nei confronti del territorio e della società. Già l’uso del territorio è di fatto un consumo di suolo, sarebbe un disastro se questo uso fosse scriteriato e fatto male, cioè non sostenuto da una robusta armatura di buone idee, capaci dirisolvere problemi e non crearne, di generare apprezzamento e dare anche il senso del lavoro ben fatto. Ovviamente al passo con la contemporaneità. Già fare bene il proprio lavoro, progettare, costruire, non sprecare risorse, fare star bene le persone che useranno quegli spazi sarebbe un contributo formidabile. Una riflessione conclusiva: tutto quello che non ha disegnato la natura lo ha disegnato l’uomo, più precisamente chi si occupa del progetto, chi altri? E’ una bella responsabilità e in molti casi anche una sfida esaltante.

Prof. Vincenzo A. Legnante – 8 dicembre 2013