IL PIANO PAESAGGISTICO REGIONALE

Come già preannunciato nello scorso capitolo della rubrica, proseguiremo nello studio degli strumenti normativi ed urbanistici che in ambito regionale abbiano affrontato il fenomeno del consumo di suolo. La prima normativa sarda che si pose concretamente il problema di arginare il fenomeno fu il Piano Paesaggistico Regionale (P.P.R.) approvato con legge Regionale n.8 del 25 Novembre 2004.

Il contesto da cui si partì circa dieci anni fa nell’esperienza governativa del governo Soru era quello di una realtà dello sviluppo turistico, soprattutto quello costiero, legato non solo all’insediamento di tipo ricettivo-alberghiero ma anche alle forme di residenza turistica. Un modello che nel corso degli ultimi decenni aveva mostrato poca sensibilità ai principi della conservazione del territorio e delle sue risorse, a discapito di una valorizzazione ambientale e paesaggistica anche solo in chiave prettamente turistica. Ad esso andava aggiunto un permanente disinteresse verso i numerosi piccoli centri dell’interno dell’isola con una conseguente scarsa tutela dei loro caratteri storici ed identitari ed un uso improprio delle campagne, svincolate dalla loro destinazione agricola ed utilizzate come base per insediamenti sparsi e delocalizzati.

Con la finalità dunque di una maggiore tutela del paesaggio e recependo la direttiva europea 2001/42/CE si assunse un nuovo approccio operativo nelle trasformazioni edilizie ed urbanistiche in Sardegna. Vennero definiti 27 ambiti costieri in funzione delle specificità ambientali, storiche e delle peculiarità faunistiche.  Per quello che concerneva le zone interne ne veniva definita in maniera precisa la tutela dell’agro con l’introduzione di alcuni vincoli all’edificazione. Elemento fondamentale fu poi la definizione dei “centri di antica e prima formazione” (cd. centri matrice)

Lo schema attorno al quale ruotava lo strumento urbanistico era quella di una sostanziale bipartizione di prescrizioni adottate: quelle vigenti su tutto il territorio che avrebbero normato i centri urbani ed i terreni agricoli e quelle relative agli ambiti costieri, in genere più stringenti e per questo soggette nel corso degli anni a forti polemiche.

Riguardo all’agro si diede priorità all’incentivazione delle attività gricole e zootecniche, dando una priorità al recupero funzionale degli edifici esistenti ed alla costruzione di nuovi edifici ad esclusiva funzione agricola o agrituristica. Per il resto veniva dato seguito al D.P.G.R. del 3 Agosto 1994 n.228 (Direttive per le zone agricole) fino ad allora poco o arbitrariamente applicato e di fatto veniva negata la possibilità di costruire su colline, promontori e ovunque fosse necessario esercitare un’alterazione dei profili geologici naturali.

Gli obiettivi dichiarati furono:

- Rilancio della funzione turistica della fascia costiera attraverso la valorizzazione dei centri storici, delle tradizioni culturali ed agroalimentari
– Tutela dei “centri storici di antica formazione
– Forte distinzione tra i caratteri geomorfologici dell’ambito rurale ed urbano

Negli ultimi anni con il cambio della consiliaturaregionale ed il conseguente governo Cappellacci la struttura del P.P.R. fu fortemente rivista sotto la spinta di una speranza di ripresa del settore edilizio e turistico, rivelatasi purtroppo vana. Nascono le “norme di interpretazione autentica in materia di beni paesaggistici” (L.R. 20/2012) e le Linee Guida per il lavoro di predisposizione del Piano Paesaggistico Regionale (25 Luglio 2012), frutto integrato ed integrabile in itinere di un processo partecipativo di revisione che nei suoi intenti vorrebbe coinvolgere i diversi soggetti interessati e gli “stessi singoli cittadini” nella gestione del territorio col fine di una nuova versione del P.P.R.

La tutela paesaggistica assoluta dell’intero ambito costiero viene sostituita da una possibilità di introdurre deroghe secondo le esigenze degli enti locali e dei privati. Il cambio di prospettiva strategica risulta evidente anche da alcune variazioni lessicali apportate: la fascia costiera non viene più identificata come “bene paesaggistico” ma assume la definizione di “sistema ambientale ad altà intensità di tutela”.

Per quel che concerne invece le aree rurali viene in qualche modo riaperta la possibilità di edificazioni residenziali in ambito rurale: “…il PPR analizza e regola il fenomeno dell’edificato urbano diffuso, costituito da edifici residenziali, localizzati nelle aree agricole limitrofe alle espansioni recenti dei centri maggiori”. Secondo alcuni in queste righe si annida il rischio (o l’opportunità secondo altri) di un’apertura verso future sanatorie.

Infine con la stessa legge di “interpretazione autentica” vengono di fatto eliminati dalla tutela delle zone “umide” tutte quelle aree limitrofe agli stagni che nel precedente PPR del 2004 venivano normate dall’articolo 17, comma 3, lettera g). La nuova legge regola tale articolo interpetandolo esclusivamente come “laghi naturali ed invasi artificiali”. Tutto ciò in netto contrasto con quello che da un punto di vista naturalistico e paesaggistico rappresentano tali zone nell’ecosistema del territorio regionale (basti pensare allo stesso bacino del cagliaritano o dell’oristanese) ed a fronte di una estensione delle zone umide che nel periodo 2003-2008 ha visto una riduzione dell’8,8%.

Il sistema degli stagni della penisola del Sinis (OR)

Il sistema degli stagni del cagliaritano

Allo stato attuale è dunque difficile capire quali siano le sorti della tutela paesaggistica in Sardegna. A fronte di uno strumento di tutela paesaggistico ideato, le sue successive interpretazioni ed una reale difficoltà di recepimento da parte delle amministrazioni hanno creato uno scollamento tra strumento regionale ed applicazione locale: un blocco normativo che spesso si è tradotto in una mancata occasione di sviluppo economico in funzione della tutela e della valorizzazione dell’ambiente.

Cosi è, se vi pare.