Per un barbiere è molto facile, non c’è nulla di intrinseco nella sua professione che abbia implicazioni politiche, può essere più o meno bravo, fare la barba gratis ai “barboni”, ma il valore politico della sua professione è quasi nullo (e io apprezzo molto i barbieri, come figlio, nipote e pronipote di barbieri). Già per  un medico o un avvocato è più complicato. Per i medici però la delicatezza della loro professione ha prodotto ab origine un codice deontologico (in realtà molto di più), il giuramento di Ippocrate, che affrontava, in modo molto generale,  i diversi aspetti della responsabilità personale e professionale; ecco alcuni passi della versione moderna:

Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro: di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale; di curare ogni paziente con eguale scrupolo e impegno, prescindendo da etnia, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica e promuovendo l’eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario; di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di una persona; di astenermi da ogni accanimento diagnostico e terapeutico.

E anche per gli avvocati c’è una lunghissima discussione e una deliberazione efficace che – seppure in modo molto generale definisce la responsabilità professionale e sociale. Eppure queste professioni favoriscono più il ricco del povero, anche se per la prima i sistemi sanitari universali hanno ridotto e di molto questa differenza. Che dire dell’architetto (e con qualche ragione e qualche imprecisione ricomprendo nella parola anche pianificatori e designer)? Alcune proposte di giuramento di Ippodamo che sono state fatte suonano male, sono buone, ma un po’ farlocche, un’imitazione lodevole ed encomiabile, ma con poca utilità pratica. Ne cito una ad esempio:

La professione di architetto è al servizio della città e della società. Di conseguenza rispettare la città, gli spazi costruiti e gli utenti sono i compiti primari dell’architetto.
L’architetto deve prendersi cura con la stessa consapevolezza e sollecitudine di tutte le situazioni urbane, senza distinzione di localizzazione, religione, opinione o qualsiasi altra condizione o circostanza collettiva o sociale.
La lealtà principale dell’architetto è quella che egli deve alla città e il benessere di questa deve avere la precedenza su ogni altra convenienza.
L’architetto non pregiudicherà mai intenzionalmente la città né la servirà in maniera negligente; ed eviterà qualsiasi ritardo ingiustificato nell’assisterla.

La prendo da lontano.

Comincerei da una premessa a da una distinzione; la premessa è: per parlare di politica comincerei dall’etica, la distinzione è: non parlerò di etica dell’architettura, ma di etica dell’architetto; c’è un ovvio legame tra le due cose, ma sono diverse. Ciò vuol dire assumere per difetto che i criteri cui il progetto o il processo di pianificazione  preso in esame si  ispirano siano da considerarsi giusti o buoni (non è la stessa cosa) o diciamo non nocivi e che dunque si tratti di valutare il comportamento concreto  del progettista e anche i risultati del suo lavoro. Ovvero si assume che valgano non solo le intenzioni, ma anche – entro certi limiti  – i risultati; non solo il piano o il progetto che è pensato e ideato e che è stato pagato, ma quello che effettivamente è stato realizzato e come esso si è sviluppato nel tempo. Quali siano i limiti è difficile definirlo, ci sono, la responsabilità non è piena, ma non si può assumere che responsabilità non ci sia. Forse non si può chiedere a un progettista che fine ha fatto il quartiere che lui ha disegnato, e che poi le decisioni politiche, la forza della rendita fondiaria, le dinamiche del mercato, i comportamenti sociali, l’illegalità e la criminalità, gli eventi storici hanno trasformato in quello che è diventato, ma siamo sicuri che proprio non c’entri niente il  progettista in questo esito, che esso non poteva essere evitato, che una volta consegnati gli elaborati il suo ruolo è finito? Per fare un esempio, non pare che tra i protagonisti della “rivolta” che ha dato origine a Tangentopoli gli architetti, pur numerosi nelle attività dei Mondiali di calcio e delle Colombiadi, abbiano avuto un ruolo rilevante nella denuncia e nella protesta; non avranno preso mazzette, ma è credibile che non si accorgessero di quel che succedeva o che pensassero che la cosa non li riguardasse, mentre progettavano uno stadio il cui costo cresceva di un bel po’ sotto i loro occhi? .

Un’altra riflessione non confonderei un buon architetto con un architetto buono; è più facile con un altro mestiere capire cosa voglio dire: vi fareste operare da un chirurgo pio e gentile, impegnato nel volontariato e buon padre di famiglia, o da un chirurgo puttaniere, corrotto e blasfemo con una propensione per le ragazzine? Sapendo che il primo è un inetto e il secondo invece ha un’abilità straordinaria? In generale “non è importante che il gatto sia rosso o nero purché pigli i topi” (anche se  ci sono situazioni  in cui il colore del gatto è importante nella scelta del gatto; ad esempio la pet therapy)? Mi spiego meglio: mi verrebbe da dire che non si può essere architetti buoni se non si è buoni architetti.

Per andare oltre, tralascio il tema della committenza privata per un’abitazione; forse qui i migliori architetti hanno dato il meglio di sé: se trovavano un ricco committente che voleva una casa, esso era un po’ come se fosse un mecenate per un pittore o un poeta: danni sociali nessuno o minimi, effetti culturali positivi tanti e duraturi. Parlo della committenza pubblica o privata per interventi di sviluppo urbano o di riqualificazione o per opere pubbliche. E mi dico, in casi come questi non si può trascurare la città  e non si può trascurare la cittadinanza, anche se la composizione della miscela tra “fisico” e “sociale” dipende dalle circostanze, dalle scale, dalle durate, dalla rilevanza, … E aggiungo: con che legittimità, se non per il ragionevole diritto di sopravvivere, un architetto può accettare di progettare gli spazi delle gated communities? Oppure gestire percorsi di pianificazione strategica, che non producano effetti reali sulla città fisica, ma siano meri percorsi di facciata, puro tokenism? Infine, in molti casi, quelli più lontani dall’attività del barbiere, il riferimento dell’attività professionale, non è solo il committente o colui che paga, ma anche – inevitabilmente – un insieme  intricato di altri soggetti (utenti reali e potenziali, presenti e futuri, altri esperti, portatori di interessi, espliciti, nascosti, legittimi, illegittimi, …). Con in più il fatto che – in genere – ciò che gli architetti fanno dura a lungo (i capelli ricrescono in fretta) e si vede anche da lontano.

Per concludere voi mi proponete due riflessioni di Luigi Snozzi; con Luigi non so mai se sono d’accordo del tutto (e questo mostra quanto interessante sia quel che dice o fa); la prima recita:

…  l’architettura non è una disciplina neutrale rispetto alla società. Alla base della mia riflessione  e del mio operare, dunque alla base del mio modo di insegnare e di progettare, c’è sempre un fondo politico e ideologico, che si inserisce nella concezione di un mondo socialista, in opposizione a una concezione utilitaristica e di efficienza.

Condivido l’idea di fondo sull’insufficienza e la strumentalità dell’applicazione al progetto del criterio unico o prevalente dell’efficienza e dell’utilitarismo, anche se questi erano concezioni molto importanti, se non decisive, per i teorici e i progettisti della cosiddetta “architettura socialista” e del pensiero moderno; la mia formazione scientifica mi porta a non considerare in modo negativo l’efficienza, il mio amore per i giochi mi porta a pensare che un quadro di regole e di vincoli sia un grande stimolo per la creatività, molto di più di una assoluta “libertà”; mi verrebbe da ripetere, non so se sono d’accordo, mi piacerebbe discuterne.

La seconda recita:

“Penso che il solo modo di attribuire all’architettura un significato politico, sta nel suo approfondimento specifico. È il solo modo con il quale l’architettura può avere un’influenza sui fatti strutturali della società. Un mio aforisma dice a questo proposito: “architetto occupati della forma, in essa ritroverai l’uomo”.

Non sono sicuro di capirla bene, ma se l’ho capita bene, mi convince parecchio. Penso – come dicevo – che un architetto buono debba essere in primo luogo un buon architetto; tuttavia non basta, penso che sarebbe essenziale che i buoni architetti si preoccupassero dell’esito e dell’uso complessivo di quel che fanno.