Partendo dall’analisi della qualità della vita all’interno degli Istituti penitenziari e dal concetto di Carcere come luogo per la rieducazione e il reinserimento all’interno del tessuto sociale, è opportuno incrementare il rapporto tra Carcere e Città?

E’ corretto allontanare le Carceri dal tessuto abitato come sta avvenendo in Italia grazie al Piano Carceri?

E’ sufficiente moltiplicare i contenitori per garantire un miglioramento delle condizioni dei detenuti?

La Biennale di architettura di Venezia curata da David Chipperfield sul tema “Common Ground” riafferma la necessità di ripensare la figura dell’architetto nel suo ruolo di interprete di istanze appartenenti alla comunità più vasta: l’attuale “apparente mancanza di intesa tra la professione e la società” deve essere quindi colmata da un rinnovato dialogo che riguardi anche la progettazione e l’organizzazione degli spazi condivisi.
Secondo il gruppo di progetto e ricerca u-boot tra questi spazi condivisi devono essere considerati nuovamente quelli destinati alla reclusione, tra cui le architetture penitenziarie che, di fatto, delle nostre città e dei nostri territori fanno parte.
Per questo motivo i tre architetti Maria Pina Usai, Margherita Fenati e Daniele Iodice, insieme al direttore editoriale della casa editrice 22publishing, Francesca Tatarella, e al fotografo Alessandro Toscano (OnOff Pictures) hanno proposto al curatore del Padiglione Italia Luca Zevi di ospitare una giornata di studio e approfondimento sul tema del carcere e del suo rapporto con la città.

L’incontro Carcere Spazio Urbano – sottotitolo Il confine tra città e periferia penitanziaria – tenutosi a Venezia domenica 4 novembre è stato il pretesto per coinvolgere in una riflessione prima culturale che architettonica esperti, associazioni, politici e professionisti che da tempo si occupano del tema del carcere e della sua attuale inadeguatezza umana e sociale.

Carcere Spazio Urbano - Padiglione Italia @Biennale Venezia - 4 novembre 2012

In Italia l‘emergenza-carceri che è esplosa in tutta la sua gravità negli ultimi anni è legata nel dibattito pubblico quasi esclusivamente ai temi della sicurezza e della inadeguatezza quantitativa degli spazi. Ma paradossalmente lo scandalo sociale che suscita il problema del sovraffollamento è l’alibi che impedisce ad architetti politici e professionisti di ripensare quali dovrebbero essere le funzioni delle carceri e il senso della pena oggi.

La soluzione al problema-carceri è semplicemente quella di moltiplicare le scatole e gli stecconi?

Questa è stata l’unica risposta data dal governo italiano negli ultimi anni, che con il Piano Carceri ha previsto la realizzazione di 11 nuove strutture carcerarie al di fuori dei centri abitati in cui trasferire i detenuti in modo da consentirgli di usufruire di standard più dignitosi.
Ma il mondo culturale non si è fermato a riflettere sulla qualità degli spazi di queste nuove strutture, non si è fermato a riflettere sul fatto se sia opportuno che ancora oggi un detenuto passi nella propria cella 22 ore al giorno, se sia opportuno che gli spazi comuni e condivisi abbiano caratteri spaziali come quelli dalle scatole costruite negli ultimi anni, se il carcere debba o no avere un rapporto con il territorio in cui è inserito, se sia opportuno che in Italia non si facciano più concorsi per la realizzazione delle carceri ma si deleghi tutto agli uffici tecnici del ministero.

Sono tanti gli interrogativi che meritano un supplemento di indagine e ragionamento, che necessitano di un serio lavoro multidisciplinare per trovare risposte adeguate alla situazione contemporanea delle carceri italiane, nelle quali (quando va bene) si continua a operare nel senso della riduzione del danno e non della proposta di una riforma strutturale del sistema penale e detentivo.

Il confronto della Biennale ha visto la partecipazione, insieme a Luca Zevi, di Franco Corleone, sottosegretario alla Giustizia nel governo Prodi e attuale Garante dei diritti dei detenuti del comune di Firenze (nonchè autore dell’ottimo libro Il corpo e lo spazio della pena), Cesare Burdese, architetto promotore nelle facoltà di architettura italiane del progetto ArcAtelier, Leonardo Scarcella, architetto del Ministero della Giustizia, Lamberto Bertolè, presidente della Sottocommissione Carceri del Comune di Milano, l’associazione universitaria Progrè di Bologna, l’osservatorio nazionale Antigone sulle condizioni dei detenuti, il Laboratorio di Partecipazione Politica di Cagliari, il Laboratorio di sociologia visuale dell’Università di Genova, i responsabili del Vivaio Cascina Bollate della Casa di Reclusione Bollate (Mi) e del Giardino degli Incontri realizzato dalla Fondazione Michelucci nel carcere di Solliciano a Firenze.

Workshop Carcere Spazio Urbano del Laboratorio di Partecipazione Politica di Cagliari - Sopralluogo al Carcere di Buoncammino

Punto di partenza della giornata è stata la presentazione del progetto Carcere spazio urbano: il confine tra Città e Periferia penitenziaria, nato nell’ambito dell’omonimo workshop realizzato a Cagliari nell’aprile del 2012 e che ha visto come caso studio la Casa Circondariale di Buoncammino, paradigma di quanto sta avvenendo oggi in diverse realtà italiane. Si sta infatti portando a termine la casa circondariale di Uta, a 40 km dalla città, nel quale saranno trasferiti i detenuti del carcere storico di Buoncammino, realizzato nel centro di Cagliari nel 1846 e sul quale si riversano gli appetiti di diversi imprenditori che (come dimostra anche un recente dibattito in consiglio comunale) vorrebbero trasformare Buoncammino in struttura alberghiera.

Come spesso accade studiando in profondità anche le più piccole problematiche da un tema così concreto come il futuro del carcere di Buoncammino sono nate tante domande che meritano una riflessione che parte con l’incontro di Venezia. E il fatto che la riflessione parta da uno dei luoghi più alti di dibattito architettonico e culturale d’Italia come la Biennale fa ben sperare per il proseguimento di una ricerca che non è solo architettonica, ma che interroga nel profondo la nostra società.

Per rispondere a queste – e a molte altre – domande u-boot ha creato un sito internet per continuare questa interessante riflessione e costruire insieme una cultura condivisa: www.carcerespaziourbano.it. Questo sito si configura come piattaforma  aperta online all’interno della quale mettere in rete i soggetti che oggi si occupano a vario titolo della tematica Carcere e del suo rapporto con la Città e il Territorio, le loro attività e i loro progetti, e che si pone come obbiettivo quello di diventare uno spazio condiviso di lavoro per il confronto, il dibattito e l’informazione.


Un grosso in bocca al lupo per un progetto che parte da Cagliari e Venezia e che presto coinvolgerà tante altre realtà d’Italia.

E’ necessario costruire nuove carceri?

Quali spazi per la pena secondo la Costituzione?

Carceri in città: quali detenuti e quali pene?

Cosa fare delle Carceri esistenti definite obsolete?

Occorre ripensare la forma penitenziaria: nuovi modelli di struttura, di vita e d’inserimento sociale o contenitori di corpi più o meno temporanei?