Condividiamo un interessante articolo proposto da LA CIUDAD VIVA, scritto da Santiago de Molina e da noi  tradotto.

La Ciudad Viva

Passeggiare per qualsiasi città e contemplare lo spazio pubblico comporta assistere in ogni istante a misure coercitive che regolano e limitano l’uso dello spazio pubblico. Strade, piazze e giardini non sono più uno spazio per tutti. La città non appartiene ai cittadini. È stata usurpata la possibilità degli abitanti di dotare di spontaneità le proprie azioni e incorporare alla città l’imprevisto.  Le strade e le piazze sono diventate una successione di spazi di circolazione, con delle barriere per evitare che i pedoni interferiscano con veicoli, semafori, segnali, pubblicità, ostacoli, cestini e contenitori ci ricordano ad ogni passo funzioni specifiche da compiere come una obbligazione civica. Le piazze non sono più i saloni delle città, gli eventi capaci di raccogliere la cittadinanza in momenti previsti, regolati e anticipati, non si sviluppano più lì, se non come reliquie storiche. L’uso dello spazio pubblico è sorvegliato oggi da occhi che controllano i movimenti e i delitti dei suoi abitanti. Col beneplacito degli amministratori delle città, mille annunci pubblicitari generano una distorsione e una contaminazione visiva irrimediabile della forma urbana. Abbiamo perso il possesso di uno dei pochi lussi che impreziosiva le nostra vita in città: lo spazio condiviso ed il suo profondo senso pubblico.

Oggi, tra il 15 e il 20 per cento della superficie del pianeta è soggetta a qualche tipo di vincolo. Esistono zone in cui la legislazione tenta di impedire l’occupazione o il deterioramento; dai parchi nazionali, ai monumenti, il differente grado di protezione non si basa sulla semplice conservazione del suolo ma trasforma alcune aree in autentiche zone di esclusione, dove la crescita, la alterazione o il miglioramento saranno impossibili in futuro. È evidente che nel momento in cui vi è un aumento del suolo, lo spazio e l’architettura protetta sono quelle che cedono parte dei propri diritti. Nonostante questo, la tutela a cui i governi hanno sottomesso  la città è stata bruscamente fraintesa da parte di alcuni cittadini che si pongono come obiettivo recuperare la capacità di interazione con il proprio habitat in un modo differente che, in certo modo, è frutto di un nuovo tipo di maturità.

Proprietà privata - Divieto di transito

Il concetto di “pubblico” si va ridefinendo molto rapidamente. La comparsa della tecnologia sociale rende possibile la connessione  dei cittadini in un modo impensabile fino a qualche anno fa. La congregazione e la confluenza di interessi attraverso la rete sociale, fuori controllo dai meccanismi di governo tradizionale, conferisce ai cittadini una capacità di poter disporre per se stessi di una moltitudine di questioni impensabili fino a poco tempo fa. Migliaia di piccole “micro decisioni” combinate e praticamente simultanee, sono capaci di alterare l’ordine urbano abituale. Abbiamo visto come questi meccanismi di comunicazione sono capaci di rovesciare governi, generare e organizzare proteste urbane e riunire interessi in un modo apparentemente spontaneo e nuovo.

Il paternalismo delle misure coercitive e legali sulla città si va modificando e  implementando da queste nuove esigenze di partecipazione dei suoi abitanti. Mentre i governi assistono attoniti a questo nuovo spettacolo in cui non sanno da che parte schierarsi. Il recupero del “pubblico” riconduce in maniera diretta a delle alternative di rigenerazione della città. L’urbanistica è stata bruscamente accantonata come una disciplina obsoleta in mano a tecnici e politici che appena sono capaci di conciliare gli interessi dei futuri cittadini. Una urbanistica senza densità che dilapida uno dei beni più preziosi di cui dispongono i cittadini e il futuro: il suolo. L’urbanistica ha avuto uno sviluppo insostenibile. Le città crescono come se il suolo fosse un bene inesauribile. Città disperse che implicano costi per la mobilità insostenibili a medio termine. Quartieri che funzionano come ghetti isolati tra vie di circolazione. Città senza strade né spazio pubblico oltre quello che si può generare nello sconnesso tessuto commerciale. Città senza cittadini. Nonostante ciò la  città, storicamente si è sviluppata in condizioni legate al senso del luogo. La prossimità e il senso di appartenenza ad una comunità sono stati capaci di generare quella che può essere considerata la maggior invenzione e patrimonio dell’essere umano.

Il sociologo Richard Sennet ha iniziato la sua carriera occupandosi del declino del “pubblico” in un interessante saggio in cui metteva l’accento su questa problematica. Oggi il filosofo Javier Gomà, in un altro brillante studio, ridefinisce una “esemplarità pubblica” capace di alterare il modo in cui la società si comporta nella sua vita in comune. Termini come “urbanistica dai codice aperti” o “urbanistica emergente” cercano di dar ambito ad una nuova maniera di concepire la città in cui il concetto di “ibridazione” diventa predominante in questa redifinizione della forma e delle mansioni assegnate alla metropoli. L’eccitazione generata dagli ultimi avvenimenti di mobilizzazione cittadina presto passerà ad uno stato  distinto, di minor visibilità sicuramente ma probabilmente con una maggiore latenza. Nonostante ciò la scatola di Pandora delle decisioni sulla città è stata aperta e non sembra poter essere facile richiuderla. Recuperare il controllo dello spazio pubblico grazie ad un maggiore impegno dei cittadini nei confronti del proprio contesto urbano, grazie ad una nuova forma di autocontrollo e autogestione, frutto di una certa maturità sociale, sembra poter essere un cammino da cui non si torna indietro.

Manifestazioni popolari

Nel frattempo, il ruolo dell’architetto deve sicuramente indirizzarsi nell’ammorbidire e trovare punti di incontro tra le zone di collisione degli interessi  contrapposti  che si sovrappongono nella  città. La sua capacità mediatrice nei conflitti urbani non può essere messa da parte se si vuole garantire la sua sopravvivenza come figura di utilità. Questa mutazione dei suoi compiti, sembra tanto inevitabile quanto irrinunciabile. Se l’architetto è chiamato a trasformare il proprio lavoro come intermediario e conciliatore di diverse volontà, allo stesso tempo è ovvio che la maggior parte delle persone che esercitano questo ruolo non sono preparate per relazionarsi con un contesto lavorativo con queste esigenze. Non si tratta, infatti, solo di una riformulazione del suo ruolo pubblico ma di un compromesso etico con il proprio lavoro di maggior forza. In una società in cui non conta il talento per generare valore, in cui il ruolo dell’architetto necessita ridefinirsi e in cui è appena stato capace di mantenere i legami con quello che tradizionalmente sono stati i suoi principali valori come collettivo professionale, solo sembra possibile occupare un ruolo utile come intermediario disposto e come riferimento contro la superficialità. La città si offre come il maggior campo di gioco per questa sfida.