Paolo Fresu - disegno di Francesco Cocco

  • Arrivati alla XXIIima edizione quanto il festival di Berchidda è Time in Jazz e quanto è il festival di Paolo Fresu? Quanto è importante per un festival la personalità e l’attività di chi lo organizza?

Time in Jazz non è il festival di Paolo Fresu. Quando anche i villici di Berchidda dicono su festival di Paolo Fresu io dico “non è il mio festival, è una realtà che appartiene a tutti, del territorio, della Sardegna, del dna di un’Italia”.

Chiaro che c’è un pensiero che è in qualche modo mio ma, al di là di questo, mi piace pensare che sia un festival di tutti; c’è un pensiero dietro ma è una manifestazione che ormai appartiene a tutti i sardi, a tutti i continentali, a quelli che ne fruiscono, che sono molti. Quindi non è il mio festival. Siamo in un momento in cui c’è un Italia molto settaria, in cui si pensa che c’è il governo di quello, il festival di quello, la cosa di quello. Non è così, perché oggi, qua, c’è una comunità, c’è un paese. Le cose accadono perché c’è una realtà che reagisce e comunica, e questa realtà non ha a che fare con un referente, io posso essere quello che stimola questa realtà  ma al di là di questo io penso che sia il festival di chiunque voglia in qualche modo condividere questo progetto.

  • La cultura economicamente paga anche con scelte organizzative che portano ad avere un festival fruibile in tanti modi differenti?

La cultura paga e produce molto ma questo sembra non essere compreso dai nostri politici. Nel senso che la cultura paga in termini economici: produce 3-4 volte quanto costano le cose. La cultura paga in termini di immagine, di ritorno: c’è un ritorno molto più complicato che è quello delle menti, dell’alimentare il pensiero, la creatività, l’intelligenza. Per cui mi sembra strano che in questo momento storico, in un’Italia che ha una cultura pazzesca, una storia pazzesca, non comprenda che la cultura, l’investimento sul territorio possa dare dei risultati straordinari che non sono quelli dell’investimento sulla Costa Smeralda, è l’investimento in quello che conosciamo, in quello che facciamo tutto i giorni.

Quindi la cultura paga enormemente, paga con una moneta che è molto più forte dell’euro, del dollaro, è una moneta che realmente permette, almeno per Berchidda che è un festival che costa poco meno di 500 mila euro, di avere un indotto sul territorio di un milione e 500 mila euro.

  • Quanto il modello di finanziamento (pubblico/privato) influisce sull’organizzazione di un evento culturale del genere?

Il problema è innanzitutto la precarietà del finanziamento: non sapere quanti soldi ci sono e quando. Un festival come il nostro è una struttura molto complicata che va organizzata per tempo, c’è una tematica, c’è un concetto dietro. La parola festival è una parola grossa nel senso che fare un festival significa mettere in moto un viaggio che è molto complicato, che implica un tema, una riflessione su argomenti che possono essere quelli della natura, quelli della musica, quelli dell’arte.

Eppure è impensabile che l’ente pubblico decida di darti i soldi e quanti te ne da una settimana prima che inizi il festival; non è veramente possibile . E poi in secondo luogo bisogna che ci sia una cernita dei progetti. Tutti abbiamo diritto di avere delle cose, ma tutti abbiamo diritto di avere delle cose per quello che valiamo. Noi riteniamo che Berchidda debba essere un festival che ha un riscontro per quello che è. Quello che è lo raccontiamo tutti i giorni, è inutile che lo diciamo al politico di turno, gli diciamo “venite a Berchidda a vedere quello che siamo”.

Però c’è un’energia una voglia di spendersi: 120 volontari che lavorano 50 concerti in 13 comuni di tutta la Sardegna, non mi ricordo più quanti sono. Però obiettivamente c’è la necessità di dare il merito alla meritocrazia, alle cose che valgono, che incidono sul territorio, che hanno un indotto, che creano cultura, che creano immagine, che creano anche creatività perché si pongono il problema della novità . È un discorso troppo complesso per affrontarlo qui. Bisognerebbe ripartire da zero e avere qualcuno che si prende la responsabilità di dire “questo vale” e “questo non vale”, i politici di oggi mi sembra che non ne siano in grado.

  • Il festival punta fortemente sulla sostenibilità ambientale con consumi ridotti, car sharing, biciclette, attenzione ai temi delle risorse, etc. Negli ultimi anni il festival ha puntato sempre più sulla dispersione nel territorio coinvolgendo più di 13 comuni e ha fatto delle location d’eccezione uno dei caratteri peculiari. È possibile conciliare un modello disperso nel territorio con la vocazione per la sostenibilità del festival?

Assolutamente si, noi siamo coscienti che questo sia necessario, sempre di più. È fondamentale portare il verbo altrove, in sempre più comuni, dare l’opportunità anche al pubblico di vedere cose diverse, di vedere luoghi, di interrogarsi anche sull’energia nuova. Siamo stati nel parco eolico di Tula. È necessario porre una riflessione complessa sul tema dell’energia, io stesso non sono in grado di dire cosa è meglio cosa è peggio, mi sembra che sia un argomento troppo grande perché io possa valutarlo con competenza, però sento che è necessario farlo. È necessario contribuire a una riflessione che è complessa, che è complicata. Perciò portare concetti nel territorio significa dislcoare il festival in molte zone della Sardegna. Time in Jazz non è solo Berchidda ma è anche Oschiri, Tempio, Tula e mille comuni diversi, e quindi offre l’opportunità al pubblico di seguire cose in luoghi dove comunque non sarebbero mai andati. La cosa che mi interessa di più, che mi piace, è che un festival di musica come il nostro, che si svolge in agosto, dove in agosto si pensa sempre alle cose frivole del mondo, un festival come il nostro possa riflettere sulle problematiche che sono oggi le problematiche della nostra società, del nostro momento storico. Per cui finalmente la musica diventa un elemento di riflessione su dei temi che sono comunque complessi, e che possono contribuire a risolvere problemi del nostro pianeta.

  • Il numero di concerti, giorni di festival e luoghi interessati dal Time In Jazz è in continua crescita o credete che per funzionare il festival non debba superare un certo ordine di grandezza? Avete pensato un limite dal punto di vista di numero di visitatori? È stata calcolata una capacità di carico turistico del territorio su cui insiste il festival?

Non sono né un politico né uno stratega, non mi interessa. Mi piace pensare che il festival sia quello che è, con i concerti che crescono. Mi piace pensare all’idea che i concerti che crescono siano sinonimo di crescita nel territorio. Ci sono poi delle difficoltà oggettive, il fatto che i volontari non ce la fanno a seguire dieci giorni di festival, perché qua lavoriamo tutti gratis, che è una banalità ma non è una banalità, in un momento storico in cui bisogna dire: certe cose si fanno in un modo oppure non si fanno. Sarebbe meglio crescere tutti gli anni, aggiungere comuni su comuni. Ma non ce la facciamo noi fisicamente, con i ragazzi che devono parcheggiare 500, 600, 700 macchine.  È un discorso complicato: da un lato c’è la necessità di sviluppare il festival nel territorio, dall’altra c’è la necessità di far sì che le energie siano disperse nel senso migliore del termine. È un argomento molto complicato, ci riflettiamo tutti i giorni.

Non credo che Time In Jazz possa arrivare a crescere ancora da questo punto vista. In un momento in cui chiunque tenta di crescere, noi vogliamo fare sempre meno. Perché fare sempre meno significa fare sempre meglio. Questo è il concetto.

  • Parlando di festival in Sardegna e di Architettura un evento importante degli  ultimi anni è stato sicuramente il Festarch. Le prime due edizioni del festival a fronte di una risposta positiva da parte del pubblico e di gran part degli addetti ai lavori hanno presentato alcune criticità. Quali aspetti credi che siano stati più positivi e quali i più critici? Pensi che valga la pena battersi per ripristinarlo?

Credo che valga la pena di battersi per un evento del genere. Poi le dinamiche sono molto complicate, sicuramente ci sono delle difficoltà. Io credo che valga la pena di battersi per delle cose che in qualche modo colgano un segno, cioè la specificità della Sardegna, sia questa nell’architettura o nella musica. Bisogna farlo con convinzione, bisogna farlo con una coscienza, con un amore per le cose. Sicuramente credo che Festarch fosse una realtà importante. Non mi permetto di entrare nel merito del suo sviluppo, di come è stato concepito, però penso che qualsiasi realtà che in qualche modo racconti la Sardegna nel modo migliore, non in quello bieco, antico, un po’  folkloristico, ma in un modo contemporaneo, oggettivo, di oggi, sia importante perché il rapporto tra la Sardegna e il mondo sta nella sua capacità di relazionarsi con gli altri.

Secondo me la contemporaneità è la capacità di trovare un giusto equilibrio tra il passato e il presente all’interno delle cose, questo è molto complesso perché  entrano in gioco molte cose che sono politiche, culturali, economiche, sociali.

È un momento di transito molto complicato, è un momento storico in cui sicuramente non c’è un governo che è molto vicino alle problematiche della gente, per cui mi metto nei panni di un cittadino comune che vorrebbe cambiare le cose, ma non sa come farlo. Penso che ognuno debba fare il suo ruolo, il suo compito dovrebbe essere quello di affrontare le cose per quello che sono realmente, e allora la capacità nostra di cambiare le cose sia quella di affrontarle con… posso dire questo termine… con le palle come poche volte accade. E allora le palle sono quelle di essere, nella vita di tutti i giorni, proprio come  oggi qua in questa cucina dove ci sono persone che ti offrono da bere, che parlano con chiunque, senza distinzioni politiche di destra di sinistra, di religione, di lingua… forse parlo di cose che non servono a niente, però mi piace pensare che la musica, come è stato a Berchidda in questi giorni, come è stato quando abbiamo portato i cassintegrati dell’Asinara sul palco senza voler prendere posizioni politiche, sia utile per il lavoro.

Una mia grande soddisfazione della vita è pensare che la musica, suonare una tromba, che è uno strumento normale, possa servire a far riflettere sulle cose, a far riflettere sul mondo, a cambiare qualcosa. Forse non cambierà niente, ma il fatto che ognuno possa pensarlo, secondo me lo cambierà.

Non mi permetto di entrare in merito ai problemi del festival dell’architettura di Cagliari, ma mi piace piuttosto pensare che quel qualcosa possa, visto nel modo giusto, modificare sostanzialmente il percorso di una regione che ha una potenzialità straordinaria forse ancora espressa in modo un po’ troppo piccolo.