“La questione sul tipo di città che vogliamo non può prescindere dal tipo di relazioni sociali, dal rapporto con la natura, dello stile di vita, delle tecnologie e dei valori estetici che desideriamo. Il diritto alla città è molto più che la libertà individuale di aver accesso alle risorse urbane, si tratta del diritto di cambiare noi stessi cambiando la città. La libertà di fare e rifare le nostre città è uno dei nostri diritti umani più preziosi e allo stesso tempo più trascurati.” (David Harvey – Il diritto alla città)
Stampaxi wall é innanzitutto un progetto di partecipazione, di collaborazione, di reti che si uniscono con uno stesso scopo, portato avanti in questi mesi nel vuoto urbano tra Via Fara e Via Santa Margherita a Cagliari. Stampaxi Wall é, più che una installazione estremamente temporanea, un muro parlante, generato dalle idee e dai suggerimenti dei cittadini e tirato su grazie alla collaborazione dei generosi volontari presentatisi un’ assolata domenica mattina.
Un muro che sottolinea la sempre più impellente necessità di rendere partecipe, di coinvolgere come parte attiva una cittadinanza sempre meno tollerante rispetto a progetti che piovono dall’alto e che vedono l’utente finale, il cittadino, costretto ad adeguarsi a spazi urbani costruiti esclusivamente nell’interesse di pochi.
Stampaxi Wall non cela intenzionalità progettuale, non è una protesta contro questo o quel progetto, né ha nessun secondo fine che non sia quello di invitarci a riflettere sulla nostra città e sull’utilizzo che oggi facciamo dello spazio pubblico. Gli scambi sociali sono sempre meno legati agli spazi pubblici, assistiamo ad una crescente e costante privatizzazione del nostro tempo libero che tende a legarsi sempre più a spazi per il consumo, bar, ristoranti, centri commerciali, palestre.
“Spazi socialmente omogenei che rendono improbabili incontri con persone socialmente diverse, spazi che rendono sempre meno utili gli spazi pubblici dal punto di vista della propria funzione di aggregazione sociale” (Mike ArambuM, UAB)
Stampaxi Wall, attraverso il paradossale regolamento che compone la scritta “NON È UNA PIAZZA” è quindi un invito a riflettere sulla nostra reale necessità di spazio pubblico e un invito a riconquistare le nostre città, a riappropriarci di spazi che passivamente lasciamo degradare perché nulla apportano al nostro stile di vita, dimenticando la responsabilità di ognuno di noi nei confronti del luogo in cui vive, la responsabilità di essere cittadini.
IL PROGETTO
Il progetto ha preso il via a gennaio su ispirazione di alcune esperienze portate avanti dal collettivo newyorkese Illegal Art e ripreso in Spagna e Argentina dal Colectivo Trecediecinueve. Rispetto all’originario progetto raccontato nel “Suggestion book” , che prevede una raccolta itinerante di suggerimenti spontanei su un qualunque argomento, il nostro indirizza i suggerimenti raccolti verso uno spazio fisico ben preciso, lo sterrato di via Fara nel cuore del centro storico cagliaritano.
IL VUOTO URBANO
Questo ampio vuoto urbano nel quartiere storico di Stampace è stato interessato nel 1994 da un brutale sventramento per motivi igienico sanitari e, per diversi anni, ha ospitato un campetto da calcio, che costituiva uno dei principali spazi di aggregazione per i ragazzi del quartiere, e uno spazio parcheggio libero. Oggi è, in gran parte, dato in gestione all’associazione dei balestrieri di Cagliari, e versa in uno stato di degrado e incuria, dovuto a un imbarazzante immobilismo dell’amministrazione a fronte degli interessi dei proprietari e dei vincoli presenti sull’area, nonostante venga definita come strategica in tanti documenti di pianificazione redatti negli ultimi decenni.
LA SCATOLA DEI SUGGERIMENTI
Durante il mese di Gennaio 2010, Sardarch ha organizzato alcune giornate di raccolta delle idee e delle proposte dei cittadini interessati a quest’area attraverso la “scatola dei suggerimenti”, una scatola di cartone con una piccola fenditura sulla parte superiore in cui le persone incontrate casualmente nelle vie di Stampace alto e invitate a partecipare tramite internet hanno potuto inserire il proprio suggerimento.
Le idee raccolte appartengono a persone di tutte le età, residenti di Stampace e non: tutte le persone che passando di fronte alla nostra postazione in Via Azuni hanno dedicato tempo e immaginazione per dare un contributo alla reinterpretazione di questo vuoto urbano.
Gli oltre 160 suggerimenti raccolti sono stati catalogati in alcuni gruppi principali (spazi verdi, attività sportive, parcheggi e contenitori di aggregazione), a cui ne abbiamo aggiunto uno che comprende le proposte in cui si prevede un insieme di funzioni diverse (mixed use) e un altro che abbiamo preferito considerare senza categoria, che comprende idee e proposte molto diverse.
IL MURO
L’ultima fase del progetto è stata l’esposizione dei risultati della raccolta di suggerimenti, attraverso un’installazione temporanea che ha coinvolto una ventina di giovani cittadini.
L’installazione è consistita in un muro di pannelli in cartone riciclato ricoperti da fogli A4 verdi (contenenti i suggerimenti dei cittadini) e bianchi (contenenti un paradossale regolamento sull’uso dello spazio pubblico). La composizione di fogli verdi e bianchi e’ stata concepita in modo da creare la scritta bianca “NON E’ UNA PIAZZA” su sfondo verde.
Il muro successivamente è stato innalzato lungo il margine del vuoto che negli ultimi anni è stato precluso all’uso dei cittadini che hanno iniziato ad usarne i bordi in modo spontaneo (come supporto per stendere i panni, come seduta all’ombra, ecc).
NON È UNA PIAZZA
Il muro contiene una duplice provocazione-messaggio con la scritta “NON È UNA PIAZZA”, attraverso la reiterazione di un regolamento che vuol mettere in evidenza il fatto che le nostre attività sociali tendono sempre più a divincolarsi dallo spazio pubblico relazionandosi solo a spazi privati e del consumo.
NON È UNA PIAZZA rappresenta in primo luogo la riaffermazione del fatto che quello spazio ora non è una piazza, non è ciò che i cittadini in gran parte vorrebbero. Il testo del regolamento, invece, porta tutti a riflettere sul fatto che noi stessi, che a gran voce reclamiamo una piazza, forse non ne abbiamo davvero bisogno se non modifichiamo il nostro stile di vita che esclude lo spazio pubblico da gran parte delle attività che tradizionalmente lo caratterizzano. Di conseguenza un’esortazione: riappropriamoci dello spazio pubblico, viviamolo.
Marco
giugno 14
riprendo un passaggio dell’articolo:
[…]Gli scambi sociali sono sempre meno legati agli spazi pubblici, assistiamo ad una crescente e costante privatizzazione del nostro tempo libero che tende a legarsi sempre più a spazi per il consumo, bar, ristoranti, centri commerciali, palestre.
“Spazi socialmente omogenei che rendono improbabili incontri con persone socialmente diverse, spazi che rendono sempre meno utili gli spazi pubblici dal punto di vista della propria funzione di aggregazione sociale” (Mike ArambuM, UAB)”
[…]
lo ricollego a una recente riflessione di Oliviero Beha sul presente delle nostra città, suggerita da una breve visita al quartiere Castello di Cagliari. Eccola qua:
Cagliari: la città delle tribù metropolitane che si incontrano sul Web
di Oliviero Beha
Sabato scorso sono stato a Cagliari nell’ambito del festival letterario “leggendo metropolitano”. E fin qui il memorabile “ecchissenefrega” del rimpianto giornale satirico “Il Male” di oltre trent’anni fa ci sta tutto. Nemmeno vi dico che ero a presentare un mio libro (per evitare post di chi non legge nulla ma naturalmente sa tutto e spalma le sue obiezioni come marmellata…) nel contesto delle “parole leali”, contesto che mi è caro perché ancora le parole restano il nostro principale veicolo di comunicazione malgrado il colossale fenomeno di analfabetismo di ritorno nell’ex Bel Paese.Il punto è Cagliari, o meglio il Castello di Cagliari, sui Bastioni di Santa Croce nel quale si è svolto il summenzionato festival. Pur essendo stato varie volte a Cagliari non l’avevo mai visitata. Non era capitato. Mi piace tutto della Sardegna, mi piacciono i sardi, mi piace la loro resistenza all’invadenza altrui specie se di tipo “naturale” e “involontario”, perché quando diventa “culturale” e “volontaria” spesso ha imboccato strade discutibili. Ma non è di Cagliari che vi voglio parlare, bensì della strana concomitanza tra la vita reale e la vita su internet. La seconda è la vera novità di comunicazione e socializzazione degli ultimi quindici anni.Questa dei giovani è la prima vera generazione/web italiana, in ritardo su quella del resto d’Europa e del mondo occidentale industrializzato. Di internet, scrivendone su internet, mi colpiscono tante cose, e ne parlo spesso magari di scappata. Qui mi fa impressione Cagliari, il Castello,Tiscali nata nei dintorni, il rapporto tra internauti con nome e cognome, con nome vero, con nick-name ecc. garantito dall’anonimato più totale (non per la polizia postale…) e deresponsabilizzante.E il confronto tra le persone in carne ed ossa, che puoi vedere e toccare, se si fanno toccare (è una metafora…), che sono loro e non altre, che se poi vanno su internet possono avere una doppia o tripla vita ma soltanto finché non si spegne il computer e resta accesa la tua luce di dentro, o negli occhi, se un po’ di luce possiedi.Vi sembrerà un discorso complicato, o solo teorico, o addirittura a Pera (senza sfruculiare l’ex presidente del Senato, il filosofo caro a Berlusconi prima di essere rimpiazzato da Mike Bongiorno: non è una battuta antiberlusconiana, è “storia”…). Faccio dunque degli esempi. In poche ore al Castello e a poche centinaia di metri, ho visto convivere varie tribù cagliaritane: ho cominciato sui bastioni, i gradini, le scalinate le terrazze di Saint Remy con la tribù punk di adolescenti con magliette nere di riconoscimento, sigarette, birre a metà pomeriggio e un’aria di abbandono del tipo “la vita è questa, e soprattutto è la mia vita”.Dopo la tribù dei punk poco sopra i dodici-tredici anni, ho visto su altri bastioni della Fortezza la tribù degli stravacconi. Nel senso ortopedico del termine: giovani e un po’ meno giovani “bene”, nel senso di ventenni e trentenni, di padri travestiti da figli e madri sbarazzine distesi all’antico- romana sui molli cuscini davanti a bar e ristoranti credo alla moda, aria del tipo “non so che cos’è esattamente la vita, ma se è qualcosa allora è questa”.All’interno del centro storico, abitanti riservati e ombrosi (nell’ombra delle stradine e della loro natura) che entravano e uscivano dagli usci solitamente minuscoli delle case all’interno ben rimesse e affacciate su acciottolati non sempre agevoli in vicoli e vicoletti, in certo senso “ospiti” stanziali e “antichi” del Castello quanto le due tribù precedenti ne erano invasori pacifici (!?!) in termini di stile di vita o similia. I locali avevano due significati: come persone, come indigeni, avevano l’aria del “ speriamo bene, e comunque questa è la mia città”. Come luoghi fisici, come locali pubblici che spuntavano come funghi a mezzanotte, bar o vinerie da “movida” aperti con schiamazzi incorporati e quasi obbligatori fino alle sei del mattino lungo le discese ripide e compresse, sotto le finestre delle loro “vittime” locali, avevano l’aria del “il Castello è mio e me lo gestisco io”. La tribù dei notturni contro quella degli stanziali.Che c’entra con internet? Che forse queste “tribù” si ritrovano soltanto su internet, apparentemente vicine quanto nella vita reale sono (apparentemente ?) distanti e incomunicanti. E magari a tutto ciò nessuno fa caso, come fossero fenomeni da osservare da lontano, antropologicamente remoti, per etnologi del costume o amministratori locali spesso inattrezzati a gestirli. Ma tanto c’è internet a piallare via le differenze. Oppure no?
08 giugno 2010
http://notizie.tiscali.it/articoli/collaboratori/beha/10/06/tribu-cagliaritane.html
Come vivere gli spazi pubblici | Matteo Lecis Cocco-Ortu
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Anonimo
giugno 25
[…] Stampaxi Wall, progetto partecipato realizzato nel 2010 dal laboratorio Sardarch per la reinterpretazione del vuoto urbano di Via Fara, a Stampace, e presentato a Roma alla Biennale dello spazio pubblico promossa dall’INU. […]